venerdì 23 gennaio 2026
The Studio è, senza alcun dubbio, la serie tivù più divertente del 2025. Ideata da Seth Rogen, Evan Goldberg, Peter Huyck, Alex Gregory e Frida Perez, visibile su Apple TV+, racconta in dieci episodi, con uno stile documentaristico, il dietro le quinte dei film hollywoodiani. Prodotta da Point Grey Pictures, insieme alla Lionsgate Television, si segnala come una nevrotica e irresistibile satira sul bizzarro universo cinematografico statunitense. La serie è stata premiata lo scorso 11 gennaio con due Golden Globes: per la Miglior serie commedia o musicale e per il Miglior attore in una serie commedia o musicale a Seth Rogen. L’interprete canadese, anche regista, sceneggiatore e produttore esecutivo con Evan Goldberg, dà il volto a Matt Remick, un dirigente della Continental Studios. La sua nemesi professionale si consuma, paradossalmente, sotto forma di promozione. Il presidente della casa di produzione, Griffin Mill (uno spumeggiante Bryan Cranston) è stanco della gestione di Patty Leigh (una sarcastica Catherine O’Hara). Così licenzia la donna, sostituendola proprio con Remick. A questo punto, il produttore cinefilo si ritrova difronte a una missione: trasformare il film basato sulla bevanda Kool-Aid in un nuovo trionfo sull’esempio stellare di Barbie di Greta Gerwig. Al progetto sembra interessato niente meno che Martin Scorsese, uno dei più grandi registi della storia del cinema, generando un eccezionale entusiasmo dello studio. Naturalmente il cineasta promuove un approccio autoriale proponendo un film sul massacro di Jonestown, il più grande suicidio di massa della storia umana. È intenzionato a fare apparire il marchio dei succhi, con un obiettivo: mediare tra il progetto artistico e le possibilità produttive.

Un fatto è evidente: Remick, nonostante si sia costruito una fama come produttore esecutivo di MK Ultra, una saga di supereroi che ha sbancato il botteghino, ambisce a finanziare i film d’essai. “Se fosse per me – dice ai suoi collaboratori – ci staremmo concentrando sul prossimo Rosemary’s baby o Hannah e le sue sorelle”. Ma la realtà è ben diversa dai suoi auspici. Non contempla la produzione di nuovi capolavori di Roman Polanski o di Woody Allen. Il nuovo capo dello studio deve riuscire a sopravvivere e a rilanciare la Continental Studios pur essendo impegnato in interminabili e grottesche riunioni con il proprio disfunzionale staff composto da Sal Seperstein (Ike Barinholtz), Quinn Hackett (Chase Sui Wonders), Maya (Kathryn Hahn). Per di più, Remick è vittima dei narcisismi artistici e degli improbabili confronti sul marketing.
The Studio rappresenta, in maniera tragicomica, le preoccupazioni delle case di produzione statunitensi, ossessionate dal desiderio di successo a tutti i costi ma maniacalmente attente al politicamente corretto, alle questioni di inclusione e di genere, all’uso sempre più invadente dell’Intelligenza artificiale. La sceneggiatura e la regia sono volutamente sofisticate. Ogni episodio è, in pratica, un lungo piano sequenza girato con un ritmo sincopato, quasi fosse una jam session jazzistica contemporanea. Ma se la scrittura e la messa in scena risultano sopraffine, è necessario, al contempo, menzionare la superlativa prova collettiva degli attori a cui si aggiungono degli strepitosi cammei di tre registi che appaiono nei panni di loro stessi: oltre al già citato Martin Scorsese, Ron Howard e Olivia Wilde stando al gioco, dimostrano una straordinaria dose di autoironia. Infine, sul fronte citazionista, gli autori omaggiano chiaramente il cinema caustico di alcuni maestri: Viale del tramonto (Sunset Boulevard) di Billy Wilder, Hollywood Party (The Party) di Blake Edwards, Gli ultimi fuochi (The Last Tycoon) di Elia Kazan e I protagonisti (The Player) di Robert Altman.
di Andrea Di Falco