giovedì 22 gennaio 2026
Per una ricostruzione storica del pensiero giuridico occidentale occorre prendere le mosse dalla Grecia, culla della civiltà europea, dove la scuola non mirava tanto ad avviare ad una data professione, quanto a formare uomini liberi ed in grado di operare scelte consapevoli, una volta divenuti cittadini adulti.
Il concetto guida per il soggetto inserito in una città-Stato, doveva essere quello della “assoluta supremazia dell’interesse politico”, cioè dell’interesse della polis (città) su quello individuale in esso ricompreso.
Il popolo divenne consapevole di essere intrinsecamente la vera fonte del potere legislativo, onde si accrebbe la fiducia di poter riformare, attraverso la razionalità, tutta la vita umana e, più in particolare, l’organizzazione dello Stato. Era uno spirito pre-illuminista quello che si diffuse nella società ateniese del V secolo a. C. attraverso la convinzione che la Luce della Ragione potesse investire ed elevare a nuova potenzialità tutti gli aspetti della vita quotidiana.
Socrate, attraverso l’imperativo di conoscere se stessi, volle richiamare l’autorità interna della Coscienza, illuminata dalla Ragione, per una consapevolezza critica del proprio agire.
Sostenne la necessità dell’istruzione – cioè dell’educazione intellettuale – come sviluppo della Ragione medesima, per conseguire l’attitudine ad applicare a tutte le sfere della vita dei criteri razionali utili a far trionfare la ragionevolezza, rischiarante di tutti i problemi della vita.
Solo il pensiero razionale poteva indicare in che senso dovessero essere riformate le leggi vigenti, o i costumi tramandati.
Platone teorizzò uno Stato ideale conforme a Ragione e sostenne una la ricerca del Vero attraverso l’esperienza di dati acquisiti dalla realtà a noi esterna, ma verificati nel loro valore di attendibilità attraverso la nostra intima razionalità, innata e ad essi preesistente. In parole povere: i termini di una proposizione (per esempio il testo di una legge) potevano essere offerti dal di fuori, ma la verità, la bontà di quella proposizione non poteva essere auto-referenziale – diremmo oggi – ma doveva essere “convalidata” dalla sua corrispondenza al patrimonio di razionalità rinvenibile all’interno di ciascuno di noi.
Vi era intrinseca alle cose una loro razionalità; vi era un ordine universale – notava Platone – un sistema di “interdipendenza fra tutte le cose, per cui tutta la Natura è come se fosse imparentata con se medesima”. Ma tale razionalità oggettiva non si affermava nella sua purezza e necessità, se non in quanto la ragione umana la riconosceva come sua, come a sé interiore.
In tutte le nostre attività – diceva Platone – occorreva adoperarsi per assicurare il predominio alla Ragione: sviluppare quel che vi è di divino in noi, vivere nel tempo l’eterno; rendersi degni, pur nella vita mortale, della immortalità, affrontare con la nostra azione il ritorno della nostra anima – attraverso il passaggio terreno – alla sua originaria sede celestiale.
Partendo da premesse razionalistiche, Platone configurò lo Stato come retto da un’élite di Saggi che, in virtù della loro sapienza, erano i più idonei a stabilire l’unità interiore dello Stato tramite il dominio assoluto ed impersonale della Ragione. Quest’ultima ed essa soltanto era in grado, con la sua universalità, di stabilire la perfetta armonia sociale, subordinando ogni particolare, egoistico interesse, al bene comune dell’intera collettività
Le leggi nello Stato ideale dovevano affermarsi più per persuasione (cioè per la loro intrinseca razionalità), che attraverso la forza della coattività esteriore, vale a dire della sanzione.
Scopo dell’opera educativa dello Stato così delineata, era di assicurare ad ogni cittadino il predominio assoluto della Ragione e di sollecitare dall’interno di ciascuna coscienza, quella verità innata che ognuno portava con sé fin dal momento della nascita.
Aristotele sostenne che la felicità dell’uomo era l’attività razionale dell’anima secondo la virtù che le era propria: la Ragione. Virtù sociale per eccellenza era la Giustizia, che comportava l’osservanza di tutte le altre e si realizzava nell’obbedienza alle leggi.
Al conseguimento della sua felicità l’uomo non poteva giungere se non nella convivenza sociale: egli era l’animale politico per eccellenza, e quindi solo nella dimensione sociale poteva attuare il suo perfezionamento morale, ed in particolare nella più elevata forma di organizzazione, che era lo Stato.
Aristotele teorizzò la disuguaglianza naturale tra gli uomini, e quindi anche l’esistenza degli schiavi, cioè di persone incapaci di gestirsi autonomamente e conseguentemente bisognose di un padrone. Lo Stato aristotelico doveva curare che le disuguaglianze naturali fossero rispettate e la Giustizia, virtù propria dello Stato, stabiliva nella società un ordine per cui ad ognuno doveva essere assegnato un posto ed una funzione corrispondenti alle capacità che era in grado di esprimere.
Educazione ed istruzione dovevano essere impartite senza particolari scopi di utilità o di necessità pratica, bensì per la loro intrinseca bellezza che le rendevano degne dell’uomo libero.
Creata la Legge, i governanti non comandavano in nome proprio, bensì in nome di essa, sottoponendosi agli stessi vincoli della giustizia come tutti gli altri.
L’obbedienza volontaria come caratteristica del Potere politico è, nei termini aristotelici, la teorizzazione del principio del potere fondato sul consenso volontario dei sudditi o del Governo secondo la legge, principio assai ben radicato nella tradizione politica del mondo greco classico.
Quando il Potere è – viceversa – esercitato arbitrariamente, irrazionalmente o coercitivamente, scatta il Diritto naturale di Resistenza, da parte del singolo cittadino, come – ed a maggior ragione – della collettività.
di Tito Lucrezio Rizzo