martedì 20 gennaio 2026
Se Buen camino di Checco Zalone in meno di un mese ha sbancato il botteghino registrando il miglior incasso di sempre, 68 milioni, anche meglio di Avatar, significa che c’è un risveglio della comicità o è il trionfo del disimpegno? Marcello Veneziani ha dedicato una fenomenologia al tema e ha concluso che “se Zalone straripa non è colpa di Checco Zalone”. Lo scrittore ideologo del centrodestra ha usato questa battuta per dire che “il Cozzalone”, vero nome Luca Medici, non punta a sembrare intelligente come i miti di una volta. Da Totò ad Alberto Sordi alla generazione dei Carlo Verdone e Giorgio Panariello. Cioè Zalone “non fa l’intelligente stupido, semmai lo stupido intelligente” che naviga tra i tic e le parodie degli opposti estremismi irridendo gli uni e gli altri. Non è l’unica lettura. Altri indicano che la contrazione dell’offerta fa esplodere le poche proposte commerciali, come è il caso del film diretto da Gennaro Nunziante per la Medusa Film. “I comici del grande cinema un tempo erano Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi”, ricorda Graziano Marraffa, presidente dell’Archivio storico del cinema italiano. Oggi dove va la comicità? Siamo di fronte a una crisi di qualità con exploit isolati?
Per rispondere a questa domanda occorre allargare il campo e noi lo abbiamo fatto andando a curiosare in quello spazio più ampio dei teatri comunali, delle piazze, delle radio, del nuovo genere dei podcast e di quanto si sta sviluppando e che segnala un cambio di marcia verso la “comicità utile”. Per curare una società tossica, come si dice, invece della repressione vi è anche la strada che si fonda sul deridere le storture, mostrarle nel loro svuotamento e dannosità, evitando di alzare il tasso del livore e dello scontro. In questo senso la medicina comica è la somministrazione dei cabarettisti. Ne abbiamo parlato con uno dei più esperti come Nino Taranto, che condivide con lo storico attore napoletano solo l’omonimia e da anni porta sui palcoscenici una particolare ricetta di comicità. Insieme a Patrizio Paciullo, conduttore e intrattenitore anche radiofonico, tutte le mattine su Radio Roma e sul Canale 14 del digitale terrestre, ha appena terminato l’applauditissimo Il figliol prodigo al Teatro San Paolo di Roma, che sarà riproposto il 1° marzo a “Le Fontanacce” di Rocca Priora nei Castelli Romani. Una versione irridente delle invasioni dal Sol Levante con le conseguenti mode degli stili minimalisti, vegani e olistici della generazione zen. “Il cabaret è molto cambiato”, spiega Taranto. “Dobbiamo ragionare pensando che oggi l’attenzione del pubblico non supera la manciata di minuti. Siamo distanti dalle ere del Bagaglino, di Castellacci e Pingitore, con cui io ho iniziato e in cui il testo era la parte pesante. La parola è diventata leggera, vincono le immagini che si susseguono, galleggia il disimpegno e anche carenze culturali. Questo però non deve demotivare, perché la comicità mantiene la sua funzione originaria”.

Ci ricordiamo della fabula palliata della commedia greca, del ruolo del grottesco, dei cori buffoneschi della mitologia romana e dell’umorismo corporeo-sessuale che ha segnato l’arte di Platone, Aristofane, Menandro? “Non ci fermiamo alla volgarità – prosegue Nino – perché all’attore, ai registi ed operatori culturali compete individuare il linguaggio artistico del tempo. Checco Zalone ha capito che bisognava sostituire i cine panettoni con le parodie sulle famiglie scombinate dei genitori macchietta di figli smarriti. Noi abbiamo di fronte il tempo nuovo del digitale, delle tecnologie, delle società globali che chiedono un rinnovamento di generi e di stili per parlare di ciò che è e sarà e non di ciò che è stato”.
L’artista, che debuttò negli spazi di Canale 5 e Rai 1 e nei più noti cabaret, spiega che da alcuni anni, insieme ad aziende di primo piano e ad enti, ha sviluppato modelli di intrattenimento da portare dentro la società attraverso lo strumento delle convention, dei cral, del teatro scolastico in particolare. “Se noi pensiamo di affrontare i disagi attuali con l’esecrabilità o, peggio, la punibilità e la coercizione, fatto salvo il rispetto e la sicurezza, rischiamo di precipitare in formule oppressive. Invece dobbiamo curare il bullismo, la violenza, la rabbia scomponendoli e mostrandone il ridicolo, altrimenti contribuiamo alla mitizzazione del mostruoso e alla diffusione del populismo. Questa fu l’arte comica greco-romana che, pur innalzando l’eroe punzecchiava vizi e virtù dei miti e dei popoli”.
Curare il bullismo e gli odi di genere con la comicità, imparare a ridere e non a disprezzare, ad accettare limiti e difetti senza provare rabbia e rivalsa. Diceva Thomas More: “Beati quelli che sanno ridere di sé stessi, perché si divertiranno sempre”, teoria ripresa da Sant’Agostino che individuò addirittura nell’ironia la via della felicità e in essa la bontà. Il male non ride, i tiranni men da meno e le dittature esaltano la cattiveria punendo chi la sfida. “Mi sono accorto che questo genere di comicità diretta e terapeutica portata in circoli, aggregazioni, gruppi e tra i giovani nelle scuole, sviluppa l’abilità critica, mentre i sermoni e le prediche producono chiusura e generano tensione”.
Nino Taranto cita un esempio concreto: “Due genitori ci segnalarono la vicenda della figlia affetta da una malattia degenerativa e costretta sulla sedia a rotelle con una forma forte di depressione che l’aveva portata al mutismo. L’abbiamo inserita in un progetto teatrale e in poco tempo, utilizzando la tecnica di appoggiarsi al personaggio e vivere non frontalmente il disagio ma attraverso il testo, la ragazza ha iniziato a comunicare e interagire. Sono convinto che la scuola non possa chiedere solo disciplina e regole, ma debba indicare soluzioni e tecniche. Così come la recente riforma del ministero dell’Istruzione propone lo studio della musica classica per la qualità della formazione, il teatro come materia può educare a vivere le emotività a volte acute e stridenti non come realtà ma come rappresentazione”.
di Donatella Papi