Il “buon selvaggio” di Rousseau

lunedì 19 gennaio 2026


Thomas Hobbes pensa che l’uomo sia sostanzialmente malvagio, ma che entrando in società riesca a mitigare i suoi caratteri negativi grazie alla forza delle istituzioni politiche che lo tengono a bada. Al contrario, Jean Jacques Rousseau afferma che l’uomo è essenzialmente benigno, ma la civiltà lo corrompe. In questo caso le istituzioni politiche e sociali sarebbero colpevoli di far emergere nell’uomo i caratteri più negativi. Tra le due prospettive, è quella di Rousseau ad essere la più veritiera. La civiltà corrompe la natura. Non perché la civiltà sia essenzialmente malvagia. È l’uso ideologico e pratico che alcuni uomini fanno della civiltà a portare sommo danno all’uomo imperturbato, quello che non è sottoposto a controllo sociale e che ha una interazione con il prossimo ridotta al minimo. L’uomo diventa homini lupus quando è a contatto con una società distorta e alienante. Certo, la natura da sola è portata a conservare e accrescere se stessa. È mossa dunque anche da un impulso aggressivo, violento, predatorio, eppure l’uomo naturaliter è sostanzialmente benevolo. È pronto ad agire solidalmente e con spirito di amicizia con il prossimo, se le strutture sociali non lo irretissero e non lo frenassero.

La civiltà ha il torto di non essere il luogo dove i problemi dell’umano si risolvono, potrebbe essere il luogo del paradiso in terra perché le risorse materiali e spirituali sussistono. La civiltà potrebbe essere lo spazio dell’armonia e della realizzazione felice di ogni uomo, ma rigetta questo compito perché si consegna all'arbitro e al dominio di pochi. In più il processo di civilizzazione, come ritiene Hobbes e come ha scritto poi diffusamente Sigmund Freud, ha una carica disciplinare che nega la realizzazione di una parte dell’esperienza umana, quella che risponde al nome delle pulsioni. La parte concupiscibile dell’anima, per dirla con Platone – che potrebbe equivalere con una lettura un po’ sommaria in questa sede allo spazio delle pulsioni della psicoanalisi – sono sanzionate dall’impatto della civilizzazione. Le passioni sono rimosse sull'altare del progresso, salvo poi essere riabilitate su quello dei rapporti di produzione e del consumo. Ma sono pulsioni controllate e neutralizzate, pulsioni docili, pronte a rispondere al potere politico ed essere utili al tornaconto economico.

Un segno del materialismo di questa civiltà è lo scarso rilievo che si dà all’intelletto e alla volontà di sapere, tenute in scarso credito quando si tratta di realizzare il computo della felicità. Se la volontà di sapere e l’intelletto fossero più centrali nella disciplina politica che assegna valore ed effettualità agli elementi distintivi di una società, lo scarto tra natura e cultura sarebbe meno evidente. La civilizzazione con al centro non il calcolo e la repressione, ma la conoscenza e la consapevolezza del valore della vita armonica collettiva, farebbe meno danno alla predisposizione naturale verso il bene dell’individuo, anzi le gioverebbe e smentirebbe in fondo Rousseau.

Nel mondo reale, ciò che resta nel rapporto distorto tra natura e cultura è che la civilizzazione in parte adempie al compito di migliorare l’esistenza, eppure sul piatto della bilancia il peso della corruzione, del controllo e dell’alienazione prevalgono. Il processo di civilizzazione costituisce il grande rimpianto del saggio per una civiltà che avrebbe potuto essere più liberale e giusta con l’individuo, eppure nel complesso lo schiaccia. La natura viene superata sempre dall’impatto della cooperazione sociale, ma il potenziale sanzionatorio prevale sulle possibilità di emancipazione delle forze dello spirito, come se queste forze che hanno permesso alla civiltà di realizzarsi fossero in fondo minoritarie e residuali. Quale paradosso, quale miopia che dimostra che nessuna o poche forze razionali guidano il mondo degli uomini. È come se l’asse di questo mondo traballasse su un piano inclinato su cui sono lanciati dadi che, vorticando, decidono il corso dell’esistenza delle persone. Ma il cammino della civiltà non può essere cieco, deve essere guidato dagli occhi di una ragione che pone il benessere di tutti e di ciascuno al centro, che renda l’uomo migliore di quanto lo sia già naturalmente.

Ma forse si tratta di un ingenuo e pio proposito quello di una società guidata da forze che mettano il miglioramento dell’umano come valore finale. Nella realtà, la teoria di Rousseau fa drammaticamente valere il suo acume, e la civilizzazione mette in crisi la natura benigna. Per come siamo abituati a osservarla, invece di essere inoltrata sul cammino del giorno e della giustizia, la civiltà si muove incerta su un percorso di prevaricazione e sanzione per ogni afflato autentico e veritiero, per ogni tendenza che con forza viene fuori dall’anima genuina. Il risultato è che i problemi del comportamento umano sono aggravati per carenze della disciplina politica sovrastante la dinamica culturale. Per questo le strutture della civilizzazione invece di dare sollievo e sostegno al singolo, come quelle di ogni civiltà degna di tal nome dovrebbero fare, aggravano il giogo economico e morale a cui il singolo è esposto.


di Mario Sammarone