venerdì 16 gennaio 2026
Vince Gilligan si conferma come il maestro della serialità televisiva contemporanea. Il celebrato creatore dei capolavori Breaking Bad e Better Call Saul riesce, ancora una volta, a sorprendere e ad affascinare lo spettatore. La nuova opera, visibile su Apple TV+, s’intitola Pluribus ed è magistralmente interpretata da una superlativa Rhea Seehorn, già ammirata nel racconto dedicato all’eccentrico avvocato Saul Goodman. Si tratta di una distopica commedia umana che mette in scena un’amara riflessione sulla solitudine, sul confronto con gli altri e sull’inquietante promessa di una felicità obbligatoria. Gilligan narra le vicende di Carol Sturka (Seehorn) una scrittrice che si trova a fronteggiare una pandemia che sconvolge letteralmente il pianeta. La donna, suo malgrado, scopre di essere una delle tredici persone al mondo immuni a un virus creato in laboratorio, frutto delle informazioni ricevute da impulsi provenienti da 600 anni luce di distanza e captati da un osservatorio astronomico. Il virus ha infettato l’intera umanità, fondendola in un’unica mente collettiva. La storia, caratterizzata dall’umorismo grottesco ormai assurto a marchio di fabbrica della casa, è ambientata naturalmente ad Albuquerque, teatro d’elezione dell’autore. Se il segnale alieno intercettato dai terrestri ricorda l’incipit Contact di Robert Zemeckis, lo sviluppo legato alla mente collettiva che governa gli umani sostituiti dagli alieni richiama, inevitabilmente, L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers) di Don Siegel.

Pluribus è prodotta da Sony Pictures Television, High Bridge Entertainment e Bristol Circle Entertainment. Ai Golden Globes, Rhea Seehorn è stata giustamente premiata come Miglior attrice protagonista di una serie drammatica. Il racconto televisivo è una satira su un’umanità ferita e insicura che fa i conti con la propria caducità. La tesi esposta da Gilligan parte da un assunto lapalissiano e insieme tragicomico: l’unica fantascienza possibile è il racconto allucinato sull’oggi. Un eterno presente che annulla la memoria e la storia. L’universo messo in scena attiene a una società anestetizzata in cui il dolore è bandito e la pena a cui l’umanità è condannata è una malsana quanto falsa gentilezza. L’idea del contesto omologato è radicale. Gillian, debitore della migliore fantascienza letteraria, con un ritmo narrativo dal passo cadenzato, ricostruisce lo scandalo della scoperta e la frustrazione della sconfitta. Quando Carol denuncia l’ignavia degli altri esseri umani “immuni” di fronte a una necessaria ribellione simboleggia l’ineluttabilità della disfatta. Il mondo è malato e non ha nessuna voglia di guarire. Eppure, questa desolante consapevolezza, nonostante il comprensibile scoramento, non fa arretrare Carol dal proprio cimento. Salvare l’umanità non è un retorico quanto puerile intento ma un obiettivo necessario per scongiurare l’abbrutimento.

A coadiuvare il personaggio principale intervengono due agenti narrativi opposti. Da una parte, assistiamo all’opera di Zosia (una dolente Karolina Wydra), componente della mente alveare scelta come assistente personale di Carol. Dall’altra, conosciamo l’autentico alter ego della scrittrice: il misantropo peruviano Manousos Oviedo (un magnetico Carlos Manuel Vesga), uno dei pochi esseri umani non infetti che intende difendere il libero arbitrio ed è intenzionato a porsi in maniera estremamente conflittuale nei confronti del nuovo ordine mondiale. In fondo, Pluribus è una disperata metafora dello stato di degrado morale e culturale del contesto umano. Gilligan, come i grandi narratori del Novecento, pone domande, solleva dubbi, non offre soluzioni elementari. Perché il mondo reale è intriso di complessità e non può essere disvelato in maniera primordiale. Tuttavia, quando ogni speranza assume i contorni di un urlo inconsolabile, l’autore ci regala un’epifania narrativa che desta commozione e speranza. La serie tivù, che segna lo straordinario ritorno dietro la macchina da presa di uno straordinario autore, si segnala come una nuova entusiasmante epopea su un consorzio sociale irredento.
di Andrea Di Falco