Dostoevskij in ascolto: quando la musica diventa destino

mercoledì 14 gennaio 2026


Se si potesse aprire un romanzo di Fedor Dostoevskij come si apre il sipario di un teatro, non apparirebbero subito i volti, ma un suono. Un suono incerto, teso, spesso spezzato. Come un violino che cerca la nota giusta mentre l’anima trema. Dostoevskij non descrive la musica: la mette in scena. La musica, nei suoi libri, non consola. Espone. Denuncia. A volte condanna.                          

Nel romanzo giovanile Netochka Nezvanova, appare una figura memorabile e tragica: Efimov, violinista fallito, uomo consumato dalla convinzione di essere un genio incompreso. Efimov suona, ma non ascolta. Crede nella musica come in una religione personale, e proprio per questo la profana. Il suo violino non è strumento di bellezza, ma specchio dell’ego, della frustrazione, dell’orgoglio ferito. In lui, Dostoevskij mostra una verità spietata: la musica, se non è attraversata dall’umiltà, può diventare distruzione. Efimov è un personaggio profondamente musicale perché è straziante, dissonante, irrisolto. Come certi accordi che non trovano mai riposo.

E un romanzo in cui il ponte con Ludwig van Beethoven diventa naturale. Beethoven e Dostoevskij parlano la stessa lingua morale: quella dell’uomo messo di fronte a se stesso, senza alibi. Beethoven rompe la forma classica dall’interno. Dostoevskij rompe il romanzo tradizionale dall’anima. Nelle sonate tarde di Beethoven, il tempo si frantuma, il silenzio pesa quanto il suono. Nei romanzi di Dostoevskij accade lo stesso: le pause, le esitazioni, i monologhi interiori valgono più dell’azione. Efimov potrebbe vivere dentro la Sonata op. 111: grande ambizione, crollo, isolamento, una ricerca di assoluto che non trova pace. Come Beethoven, anche Dostoevskij non offre melodie rassicuranti: offre verità nude.

Ogni grande romanzo di Dostoevskij è una partitura scenica: entrate improvvise dei personaggi, crescendo emotivi che sfociano in confessioni, silenzi drammatici, più eloquenti delle parole. Nel I fratelli Karamazov, le voci dei fratelli sono strumenti diversi: razionali, mistici, carnali. Nessuna prevale davvero. È una sinfonia incompiuta dell’anima umana. Beethoven fa lo stesso nelle sue sinfonie: il conflitto non viene risolto facilmente, ma attraversato.

Dostoevskij sembra anticipare una musica che verrà: in Musorgskij, per l’oscurità e l’irregolarità dell’espressione, in Mahler, per la tensione tra intimità e abisso, in Shostakovich, per la coscienza morale che non trova scampo. Ma Beethoven resta il suo fratello maggiore invisibile: entrambi hanno scritto contro il silenzio del mondo, senza mai addomesticarlo.

Sonata per pianoforte op. 111 di Beethoven è un esempio perfetto da abbinare a Efimov e la sua ossessione: grandezza e solitudine; il Quartetto op. 131per la struttura frammentata e interiore dei romanzi; Quadri di un’esposizione (versione pianoforte) di Modest Musorgskij per la teatralità cruda e visionaria; Adagio dalla Sonata n. 1 per violino solo, per il silenzio morale che attraversa Dostoevskij.

Dostoevskij è musica senza orchestra. Beethoven è parola senza lingua. Efimov, con il suo violino spezzato, ci ricorda che la musica non salva automaticamente: rivela. E nei romanzi di Dostoevskij, come nelle note di Beethoven, ciò che viene rivelato è sempre lo stesso mistero: l’uomo, quando non può più nascondersi.


di Stella Camelia Enescu