sabato 29 novembre 2025
Viaggio nell’operetta che fece brillare l’Europa
C’erano sere nella Belle Époque, in cui le città sembravano respirare al ritmo di un valzer. Le strade si riempivano di carrozze lucenti i lampioni accendevano una dolce foschia dorata e dai foyer dei teatri, usciva un profumo di cipria, di velluto caldo e champagne. In quei teatri, quasi sempre ovali come scrigni, prendeva vita il genere che più di ogni altro, ha saputo raccontare la leggerezza elegante del suo tempo: l’operetta. La musica dell’operetta della Belle Époque non corre, dondola. Si apre spesso in tre quarti, morbido, un valzer che non vuole travolgere ma cullare, come se invitasse il pubblico a entrare su punte di piedi. Violini leggeri, legni che sussurrano, arpe che scintillano come i lampadari sopra le teste degli spettatori: tutto questo, conducendo verso un sorriso.
Ci sono compositori che non scrivono semplicemente musica, scrivono “stanze” in cui entrare: profumi, luce; sono architetti dell’emozione, giocolieri di sorrisi e nostalgia. E nell’operetta della Belle Époque tre nomi brillano come stelle fisse, come tre candelabri accesi su un pianoforte di mogano: Franz Lehár, Emmerich Kálmán e Jacques Offenbach. Ognuno di loro ha inventato un proprio modo di far danzare il cuore. Il poeta del valzer Lehár non scriveva musica: la sussurrava. Ogni sua operetta è come un caldo, accogliente ambiente viennese, affacciato su un giardino d’inverno. C’è sempre una luce che filtra da una finestra alta, un lampadario che oscilla appena, un profumo di violette e zucchero. E il suo gioiello più luminoso: La Vedova allegra. Il valzer centrale, quello che pare sospeso nell’aria, è un dialogo tra due anime che non riescono a dirsi tutto, ma si capiscono nelle pause. Gli archi aprono frasi che sono come nastri di seta; il corno interviene con una malinconia discreta, come chi non vuol far pesare la propria tristezza. È musica che si avvicina piano, come un innamorato alla porta.
Nel Paese del Sorriso, Lehár si lascia avvolgere da un esotismo delicatissimo: pentatoniche sfumate, arpe che scintillano, clarinetti che raccontano l’inquietudine della lontananza. “Tu che m’hai preso il cuor” non è un semplice duetto: è una conversazione interrotta tra due destini, una vibrazione che rimane sospesa anche quando l’orchestra tace.
Le chiavi del Paradiso, Paganini, La Danza delle libellule operette dove a scrittura di Lehár diventa quasi cinematografica ante litteram. I violini descrivono lo splendore della sera, le trombe accendono bagliori di festa, le voci si intrecciano come due passi nel valzer più lento della notte. Le sue melodie non finiscono: sfumano, come un ricordo che resta. Lehár è la mano gentile della Belle Époque.
Se Lehár è la neve che cade lenta, Emerich Kálmán è la scintilla che la scioglie. Nelle sue partiture c’è una luce calda, quasi color rame, e una gioia che sembra sempre sul punto di trasformarsi in lacrima. È un compositore che ama il contrasto: un valzer che si apre in un grido, una czarda che esplode come un bicchiere di vino rosso rovesciato. Nella Principessa della Czarda, il mondo di Kálmán si esprime al massimo: violini accesi, oboi malinconici, improvvisi accelerandi che sembrano un cavallo lanciato nella steppa. La czarda comincia sempre con una attesa, un dolore trattenuto; poi all’improvviso si spezza, corre, brucia, come se tutta la vita fosse contenuta in un solo minuto. La protagonista Sylva è una donna che canta con la schiena dritta, che non chiede: pretende. E l’orchestra la segue come un vento complice.
La Baia dei Pugnali, La Contessa Mariza, Il Violino del Diavolo: in queste opere, Kálmán costruisce una musica fatta di colori speziati: viola cupi, rossi intensi, blu notte. I suoi valzer non sono di velluto: sono di seta viva, che scivola e fende l’aria. Ogni suo tema sembra tratto da una confessione detta al crepuscolo. Kálmán è la fiamma della Belle Époque.
Se Lehár sussurra e Kálmán arde, Offenbach ride. Ma è una risata intelligente, affilata, piena di charme. Nelle sue opere si sente il passo leggero delle grisettes, gli stivaletti lucidi dei boulevard, l’odore del caffè fumante e della cipria. Offenbach è il compositore che ha inventato il modo di fare l’eleganza ironica. Il suo celeberrimo Galop infernale dell’operetta Orphée aux Enfers è Parigi che corre, danza, ammicca. Il ritmo incalza, i fiati esplodono, gli archi saltellano: è come se l’orchestra avesse bevuto un bicchiere di champagne di troppo. Ma sotto questa brillantezza c’è una satira sottile: Offenbach non prende mai la vita troppo sul serio.
La Belle Hélène, La Vie Parisienne, Les Brigands, in questi titoli, il mondo si piega al gioco. Le melodie sembrano piccoli scherzi musicali: una frase che comincia nobile e subito si scompone in una marcia buffa; un tema amoroso che si trasforma in una danza parigina; un coro che entra come una folla di comparse chiassose. L’orchestra è una teatrante: fa le smorfie, fa l’occhiolino, eppure resta sempre elegante. Come una parigina che sa ridere di sé senza perdere il portamento. Offenbach è la risata luminosa della Belle Époque.
Lehár, Kálmán e Offenbach: tre stili diversissimi, tre anime. Eppure, ascoltando le loro opere, si sente una stessa vibrazione: la Belle Époque che respira. Lehár danza come neve al chiarore dei lampioni. Kálmán arde come una fiamma sotto un lampadario d’oro. Offenbach scintilla come un bicchiere di champagne al Moulin Rouge. Tre modi di raccontare un unico sogno: quello di un’epoca che ha creduto che la musica potesse rendere il mondo più gentile.
di Stella Camelia Enescu