Ritratti. Scottie Pippen: l’altra faccia dell’Impero

Se dici Scottie Pippen pensi a un quadro preraffaellita, a un tesoro nascosto, all’impossibile che diventa possibile. Il che significa sei titoli con i Chicago Bulls, due ori olimpici con la nazionale statunitense di pallacanestro, un posto sia tra i migliori cestisti della storia dell’Nba, sia nell’elenco della Naismith Memorial Basketball Hall of fame. Aperta e chiusa parentesi.

Nasce ad Hamburg, tremila abitanti, minuscola cittadina di campagna dell’Arkansas, Stato del sud a stelle e strisce. Patisce la povertà, convive con drammi familiari. Ma nella testa conserva gelosamente un pallone e un canestro, nonostante i principali programmi universitari di basket lo ignorino. Per lui non ci sono ostacoli, la corsa è una fuga contro il destino. È la quinta scelta al draft del 1987. Poco importa. Perché, di lì a qualche anno, diventerà una leggenda. In “Unguarded. La mia vita senza filtri” edito da Rizzoli e scritto con Michael Arkus, Pip racconta la sua verità. Una risposta a Michael Jordan (rapporto vittorie-sconfitte nei playoff dei Bulls di MJ era “1-9”. Nella prima post-season in cui non giocò, fu 6-4”) e a quanto trapelato in The Last Dance, documentario uscito su Netflix nel 2020, che parla dei Bulls e dell’ultima stagione di una delle squadre più forti di sempre, se non la più forte.

“Avrei potuto farmi valere di più. E in parte è colpa di una stampa e di un pubblico a lungo sedotti dal fascino di Michael Jeffrey Jordan. Erano tutti così innamorati delle sue acrobazie da trascurare quegli aspetti intangibili del gioco che non figurano in nessuna statistica e non si vedono nelle sintesi delle partite su Sport Center: prendere un fallo di sfondamento, realizzare un tagliafuori, portare un blocco. La lista è infinita. Ho sempre eseguito questi fondamentali altrettanto bene, se non meglio di Michael. Eppure, agli occhi di tutti la superstar era lui, non Scottie Pippen. Mai Scottie Pippen”. Per qualcuno è il più forte numero due di sempre. Ma la lettura è scarna. Perché il numero 33 ha le movenze di un playmaker, è nell’Olimpo dei difensori più grandi di sempre, oltre a essere un antesignano tipo della figura nota come Point Forward. Con un contratto, a detta di tanti, ritenuto il peggiore accordo mai sottoscritto da un giocatore dell’Nba

Chiacchiere, rabbia, parole. Mentre la via del successo corre per i suoi binari: “Non abbiamo vinto sei titoli perché lui (Michael Jordan, ndr) stava addosso ai suoi compagni. Li abbiamo vinti malgrado lo facesse. Li abbiamo vinti perché giocavamo un basket di squadra, cosa che non era mai successa nelle mie prime due stagioni, quando l’allenatore era Doug Collins. Ecco cosa c’era di speciale nel giocare per i Bulls: il cameratismo che si era instaurato tra di noi, non il fatto che ci sentissimo fortunati a essere nella stessa squadra con l’immortale Michael Jordan. Ero un compagno di squadra migliore di Michael… Ogni giocatore dubita di se stesso a un certo punto. La chiave è come si affrontano i dubbi”.

(*) Scottie Pippen con Michael Arkush, “Unguarded. La mia vita senza filtra”, Rizzoli 385 pagine, 18 euro