Gli Afterhours arrivano in "Padania"

venerdì 20 aprile 2012


Gli Afterhours tornano con un nuovo album, il primo completamente autoprodotto e distribuito dall'indipendente Artist First. Dopo aver cantato i titoli di testa della miniserie di Sky Cinema "Faccia d'Angelo", con un Elio Germano nei panni del boss Felice Maniero, la band milanese pubblica "Padania", nei negozi a partire dal 17 aprile. 

La carriera della band di Manuel Agnelli è arrivata ad un momento di evoluzione ben preciso: il tentativo di creare suoni innovativi, melodie personali e sperimentazioni collettive. E questo porta storicamente a due naturali conseguenze. Possibilità numero uno: i fan di vecchia data, soprattutto lo zoccolo duro affezionato a lavori come "Germi" (1995) e "Hai paura del buio?" (1997), continueranno indefessi a seguire fedeli le peripezie della band. Possibilità numero due: gli Afterhours passeranno irrevocabilmente la mano ad altre realtà, meno d'esperienza e forse d'impatto sonoro minore, ma più legate alla realtà giovanile e con una visione del mondo più fresca. Questa, nel bene o nel male, è una dura legge di mercato. Non solo di quello mainstream: anche nell'ambiente - cosiddetto - alternativo non si può rimanere a galla per sempre. "Padania" è, purtroppo, un album che vive solo di momenti azzeccati: in qualche istante si ha l'impressione di essere davvero davanti ad un lavoro di particolare rilievo, seppur oggettivamente di non facilissimo ascolto. Si prova però troppo spesso la sensazione - guardandosi indietro - che la band milanese abbia già tirato fuori i dischi della maturità con "Quello che non c'è" (2002) - che contiene delle tracce davvero sensazionali - e con il più completo e lacerante "Ballate per piccole iene" (2005) e che il nuovo "Padania" sia "solamente" il secondo capitolo di un processo di nuova - e futile - giovinezza artistica cominciata con "I milanesi ammazzano il sabato" (2008). 

In "Padania" non si parla affatto di Umberto Bossi, di politica o di Lega Lombarda. Ci sono di volta in volta slogan contemporanei e affermazioni particolarmente rappresentative di una situazione nazionale più generale, vista con gli occhi della band: «Qualcosa poi dovrà accadere/ Cadremo tutti e poi sarà un piacere/ Cadremo tutti e poi festeggeremo/ La liberazione del nostro dovere/ Costruire per distruggere». Ma nelle idee di Agnelli la Padania è la rappresentazione della «disperazione di uomini che sanno di poter avere tutto tranne che se stessi. È una corsa impazzita ad occhi chiusi sperando di arrivare più lontano possibile da quello che non vogliamo sapere di essere. È la forza oscura che ti spinge a diventare quello che non sei». Discorsi quindi ben lontani dalle recenti accuse mosse a lady Mauro e a mr. Trota, ma un filo conduttore terribilmente contemporaneo, amaro e, come il sentimento popolare vuole, al passo con "il tempo della crisi". 

"Padania" descrive, quindi, una doppia e faticosa ricerca identitaria: quella narrata dalla voce di Manuel Agnelli e che racconta le gesta del suo protagonista, disilluso e desensibilizzato clone dell'uomo-macchina ballardiano in una nuova decadenza urbana, e quello degli Afterhours stessi, traccia dopo traccia in cerca della canzone che riesca a quadrare il cerchio ma che, inesorabilmente, non arriva mai. 

Ben riuscita la title-track "Padania", acustica processione nel pensiero sociale degli Afterhours e nel loro mondo convulso e cinico, e il singolo per la TV "La tempesta è in arrivo", audace ritorno ai rumorismi dei Sonic Youth con l'aggiunta di un ritornello fortemente radiofonico. Gli altri due lampi di "Padania" sono "Giù nei tuoi occhi" rilettura ultra-moderna di un sincopato Celentano, alternativo e di nicchia, e il soul bianco di "Ci sarà una bella luce", sciamanica danza acustica. 

Il resto delle canzoni annoiano un po', nonostante momenti comunque apprezzabili ("La terra promessa si scioglie di colpo" e "Terra di nessuno"), lasciando un terribile dubbio nei nostri timpani: gli Afterhours hanno forse iniziato la scalata lungo il sentiero dell'arroccamento su sé stessi e della realizzazione di prodotti discografici autoreferenziali, come prima di loro hanno già fatto anche i Marlene Kuntz? Noi ci auguriamo di no. Ma la preoccupazione è forte. La "Padania" si dimostra, ancora una volta in questi tempi, una bandiera sempre meno convincente, anche nel mondo della musica indipendente.


di Edoardo Iervolino