Uber e il depistaggio<br />delle forze dell’ordine

Anche il New York Times combatte Uber. Secondo quanto riportato lo scorso 4 marzo dal quotidiano americano, il colosso di Travis Kalanick avrebbe infatti per anni aggirato i controlli delle autorità e lo avrebbe fatto avvalendosi di un programma chiamato Greyball.

Ma facciamo un passo indietro.

Uber, nata a San Francisco nel 2010, è un’azienda che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’app che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Per l’esattezza l’utente, dopo aver scaricato sul proprio dispositivo mobile l’applicazione e aver effettuato accesso e registrazione della carta di credito con cui intenderà pagare l’eventuale corsa, verrà geolocalizzato sulla mappa e attorno a lui vedrà, rappresentate da delle macchinette, tutte le vetture disponibili nelle zone limitrofe. Una volta scelta la macchina di cui servirsi per ottenere il passaggio, il cliente vedrà l’icona della macchina scelta avvicinarsi a lui, muovendosi sulla mappa virtuale.

Pur essendo presente in 70 Paesi diversi del mondo, ogni volta che il servizio di noleggio macchine con conducente sbarca in un nuovo Paese, l’attività si sovrappone a quella dei taxi, generando diverse complicazioni normative a cui le autorità devono far fronte, affinchè l’attività offerta dalla società possa essere legale a tutti gli effetti. È proprio in questo momento che entra in gioco Greyball.

Il programma in questione avrebbe infatti il compito di individuare, con i dovuti supporti tecnologici, tutti gli account delle autorità di controllo e di indirizzarli, una volta aperta l’app di Uber, a una versione ad hoc del servizio, in cui non figurano le reali vetture sulla mappa, ma vetture “fantasma” che non possono più essere oggetto di verifica da parte delle autorità. Nello specifico, il sistema individua le persone a cui è necessario “sabotare” l’applicazione, osservando i comportamenti di chi usa l’app in determinate zone vicine agli uffici delle autorità e analizzando i dati delle carte di credito o incrociando le informazioni con quelle disponibili on-line e sui social network.

In base alle informazioni ottenute da quattro dipendenti Uber, che avrebbero fornito alla testata americana documenti privati, chiedendo ovviamente il rispetto dell’anonimato, sarebbe chiaro che Greyball, farebbe parte di un programma ben più ampio chiamato Vtos, abbreviazione di “violazione dei termini di servizio”, approvato dal team legale di Uber e usato per la prima volta nel 2014.

In quell’anno, infatti, la società con sede a San Francisco, nonostante i mancati permessi, era appena sbarcata a Portland e per eludere i controlli dell’ispettore Erich England e dei suoi colleghi, le loro app furono manomesse, così che non potessero verificare le reali posizioni delle macchine e procedere quindi ai dovuti controlli. Oggi che Uber conta più di 40 milioni di utenti attivi ogni mese in 70 Paesi diversi, immediata e quanto mai doverosa è arrivata la replica della società di Kalanick, secondo cui, però, il sistema effettivamente esistente avrebbe ben altro scopo.

“Il programma - fanno sapere dall’azienda - si limita solo a negare le richieste di corse da parte di utenti che violano le nostre condizioni sull’uso del servizio, che si tratti di persone che vogliono fare fisicamente del male agli autisti, di concorrenti intenzionati a sabotare le nostre operazioni o persone d’accordo con le autorità in operazioni sotto copertura pensate per incastrare gli autisti”.