Alcuni anni fa un collega e amico dell’Università di Padova, purtroppo prematuramente scomparso, docente di Astrobiologia, scriveva un articolo nel quale sottolineava come noi, sulla base di un inevitabile atteggiamento a misura d’uomo, molto raramente riflettiamo sulle conseguenze delle nostre anche più piccole azioni in rapporto al mondo naturale.

Passeggiando tranquillamente lungo un sentiero di campagna, per esempio, pensiamo di essere in perfetta armonia con la natura ma, in realtà, ogni nostro passo costituisce una violenta aggressione a varie forme di vita animale e vegetale le quali non hanno scampo sotto i nostri piedi. La conclusione che si può trarre è che il rispetto tanto invocato nei confronti della natura non ha alcun senso realistico, se non nei casi eclatanti nei quali, deliberatamente, l’uomo ne distrugge, incendia o devasta porzioni senza chiedersi che conseguenze potrebbero derivare.

Il comportamento dell’uomo e quello delle specie animali più diverse costituisce, in ogni caso, un quotidiano e inesorabile accanimento nei confronti di una miriade di sistemi organici, dai più piccoli, come batteri o virus, ai più grandi, come animali d’allevamento o piante di ogni genere. Gran parte di tali sistemi cerca di difendersi, magari emettendo mutageni, cancerogeni o veleni, dando luogo a una vera e propria guerra permanente dal bilancio marcatamente variabile in un quadro che solo molto ingenuamente può definirsi come l’amorevole rapporto fra l’essere umano e Madre Natura.

La natura, di cui facciamo del parte, non ha alcun interesse per la nostra esistenza né alcun finalismo intrinsecamente orientato alla tutela di alcuna specie vivente. Essa, semplicemente, è come è in ogni istante e muta in continuazione, in funzione di ciò che essa stessa genera o subisce. Rispettare la natura può solo significare evitare di metterla in condizione di reagire negativamente nelle poche circostanze che ci sono note. Per il resto, cicloni e terremoti, pandemie o implosioni, burrasche o siccità, improvvise invasioni di insetti e così via possiedono, nella maggioranza dei casi, una logica del tutto interna e autonoma per ora largamente imprevedibile.

In tema di rispetto per la natura, però, c’è anche da sottolineare come l’uomo, talvolta, non si renda conto del rischio che corre soprattutto pensando all’indifferenza che la natura stessa mostra nei nostri riguardi. La Marmolada sta morendo e l’uomo che fa? Centinaia di persone portano il proprio corpo sudato e accaldato sul manto nevoso o ghiacciato, camminandole sul petto con gli scarponi e piantando colpi di piccozza sul suo tenue ghiaccio residuo. Il tutto per poter dire “io ci sono andato” ed esibire trionfalmente l’inevitabile prova fotografica, ostentando lo stesso banale orgoglio che mostrerebbero tornando da un costoso safari. La catastrofe non è avvenuta a causa di tutto questo. E solo i primitivi ne dedurrebbero una reazione magica vendicativa da parte della montagna. È però certo che se ci accontentassimo di osservare la natura ammirandone da lontano il fascino misterioso, lasciando che a visitarla da vicino siano scienziati ed esploratori – distinguendoli dai cosiddetti esperti che quasi sempre figurano fra le vittime di episodi drammatici, come quello accaduto in questi giorni – minimizzeremmo le circostanze nelle quali il rischio può trasformarsi in pericolo e poi in disastro. E dimostreremmo vero rispetto, non solo per la natura ma anche per noi stessi e per chi, poi, rischierà la vita per venirci a salvare.