Le discriminazioni del politicamente corretto

Nell’ultimo anno si è acuito il dibattito sui diritti delle persone Lbgtq+ a tal punto che, all’interno dello stesso, in tutto il mondo occidentale si stanno creando due fazioni contrapposte soprattutto per quanto riguarda le persone transgender.

Basti pensare al boicottaggio della celebrazione del ventennale dell’uscita di Harry Potter al cinema: boicottaggio nato non contro il libro poi diventato film, ma contro la sua autrice, J.K. Rowling, accusata di transfobia. Oppure al pandemonio in atto in tutto il mondo dello sport, soprattutto femminile.

La tutela dei diritti, l’inclusione, la non discriminazione sono fini nobili. Trovare la formula giuridica per rendere possibile la non discriminazione però è molto più difficile. E la spada di Damocle del politicamente corretto non aiuta ad affrontare questioni complesse come queste.

Se dico che biologicamente un uomo ed una donna sono diversi, non è per discriminare qualcuno, sto solo constatando un dato di fatto (sì, i cromosomi X e Y sono dati di fatto, non sono opinioni).

Se dico che un/una atleta transgender deve poter gareggiare ma vanno identificati dei parametri che non discriminino tutti gli altri, non è per sminuire le persone trans. Ma per difendere le loro ragioni non si possono discriminare le persone non binarie o le persone intersessuali (termine ombrello usato per descrivere quelle persone che hanno i caratteri sessuali primari e/o secondari che non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili) o le donne.

Perché, e questo è veramente parossistico, nella società dell’inclusione giusta, buona e politicamente corretta rimane una prediletta vittima sacrificale: la persona nata biologicamente donna.

Mercoledì 17 novembre è uscita la notizia (poco divulgata dal mainstream) che il Comitato Olimpico Internazionale ha aggiornato le proprie linee guida sulla partecipazione di atleti e atlete transgender alle competizioni sportive agonistiche, incluse le Olimpiadi. Le nuove indicazioni, che dovrebbero entrare in vigore dopo le Olimpiadi invernali del 2022, sono molto più inclusive delle precedenti diffuse nel 2015 e non prevedono più, tra l’altro, un limite massimo alla quantità di testosterone affinché le atlete donne possano partecipare alle competizioni femminili: limite che comportava spiacevoli esami a cui sottoporsi periodicamente o, nei casi più gravi, a cure ormonali per poter gareggiare ufficialmente. Prima del 2015 le linee guida erano ancora più stringenti e permettevano agli atleti e alle atlete transgender di gareggiare nella categoria del genere in cui si riconoscono soltanto dopo un’operazione chirurgica di modifica del sesso biologico.

Le nuove linee guida non sono vincolanti per le federazioni dei vari sport, ma hanno come obiettivo quello di “promuovere un ambiente sicuro e accogliente per tutti, in linea con i principi esposti nella Carta Olimpica” e si basano su otto principi fondamentali, fra cui inclusione, non discriminazione, equità e rigore scientifico.

Un’atleta che gioca per la nazionale femminile di calcio del Canada e che è transgender, Quinn (si fa chiamare con il cognome da quando ha indicato il suo primo nome come “deadname”), ha commentato: “Le nuove linee guida del CIO sono pionieristiche perché riflettono qualcosa che sappiamo da tempo: che gli atleti e le atlete come me partecipano alle competizioni sportive senza alcun vantaggio competitivo, e che la nostra umanità merita di essere rispettata”.

Ma non tutti condividono il suo entusiasmo. Per esempio Joanna Harper, studiosa e atleta transgender, spiega che “le donne transgender sono in media più alte, grosse e forti delle donne cisgender, e in molti sport queste caratteristiche rappresentano dei vantaggi”.

Al di là delle rispettabili opinioni personali, queste indicazioni lasciano dei vuoti giuridici difficili da superare e, soprattutto, rischiano di creare maggiori discriminazioni, invece di combatterle.

Basti ricordare il caso dell’atleta sudafricana Caster Semenya, impossibilitata a gareggiare tra le professioniste tra i 400 e i 1500 metri piani senza abbassare il proprio tasso di testosterone, in quanto soggetta ad iperandrogenismo (condizione che si verifica quando il corpo di una donna produce naturalmente alti livelli di ormoni maschili). L’atleta è stata costretta ad abbandonare la sua disciplina prediletta ed ora, per non abbandonare del tutto il mondo dello sport, può gareggiare solamente nelle competizioni del mezzofondo prolungato (5000 metri) perché si è sempre rifiutata di prendere farmaci per far diminuire i suoi naturali livelli di testosterone. E, sia chiaro, nonostante le nuove indicazioni del Cio non potrà comunque competere nella sua disciplina preferita.

E come comportarsi con le persone non binarie?

Secondo la Treccani, non binario è “detto di persona che rifiuta lo schema binario maschile-femminile nel genere sessuale e, a prescindere dal sesso attribuito alla nascita, non riconosce di appartenere al genere maschile né a quello femminile”. E viene specificato ulteriormente che “una persona con identità non binaria non si riconosce e non riconosce la costruzione binaria del genere, ovvero l’idea che esistano solo due generi, uomo e donna. In maniera più opportuna, sarebbe meglio riferirsi a una pluralità di identità non binarie e non a una sola”.

Ribadiamo provocatoriamente la domanda: per non discriminare persone non binarie le facciamo competere sia con gli uomini che con le donne a seconda di come si sentono quel giorno?

Se non fossimo immersi in una società che predilige la polarizzazione di ogni opinione personale, proprio per creare quel “tifo da stadio” volto ad identificare il nemico, avremmo da tempo avviato un confronto ed un dibattito scevro da pregiudizi con la consapevolezza che ogni differenza è davvero una ricchezza da valorizzare. Ma avendo anche bene a mente che ogni teoria deve trovare la giusta formula per essere messa in pratica.