Coviddi superstar

In 36 ore, 80mila follower Istagram in più per Alberto Angela, figlio d’arte e apprezzato divulgatore. Non per suoi meriti, ma perché Roberto Lipari, attore comico, ha creato l’Alberto Angela challenge, nell’ingenuo tentativo di difendere la cultura dall’analfabetismo arrembante di Angela, in questo caso Angela Chianello, o Da Mondello come si fa chiamare. Quella il cui profilo, in 24 ore, aveva raggiunto i 130mila follower dopo la storica frase “non ce n’è Coviddi”. Appena 19mila in meno di quanti Alberto ne abbia conquistati in tutta la sua attività. Ma prima dello sdegno, è opportuna qualche piccola analisi. Nel bene e nel male siamo più avanti di quanto non crediamo. I giganti della comunicazione volano ottimizzando tecnologie a molti incomprensibili. C’è una guerra frenetica che si combatte in tanti modi: con le parole chiave, ad esempio. Più clic, più importanza. Il nuovo paga dopo che è stato assimilato, il business sta nel recente déjà vu. Ma siccome il dio denaro è l’unico a passare indenne ogni cambio di epoca, ci sono tante strade per divenire cyber-famosi a pagamento. Da anni esistono molte società che vendono pacchetti di like e di seguaci, mentre Google, il motore di ricerca il cui significato si ispira a un concetto che tende all’infinito, ha creato, fra l’altro, Ads, che serve a mettere in evidenza qualsiasi cosa in proporzione al budget spendibile.

Tutto questo sembra semplice pubblicità in formato digitale, ma non sempre lo è, perché, se gli spazi che si comprano sui social riportano la dicitura “sponsorizzato”, le azioni fulminee che mandano in orbita una persona, un libro o un prodotto, quasi sempre appaiono come trionfo popolare spontaneo, pilotano le opinioni, formando schiere di fan, andando ben oltre l’oggetto da promuovere, ed evocando assetti telecomandati. Allarmano gli automatismi e la rapidità con cui si sconvolgono gli equilibri che tanto, tanto tempo fa dipendevano (anche) dall’ingegno umano. Le Angele Coviddi, no. Loro non comprano spazi. Ma i tam tam del web riportano al vecchio “uno vale uno”, concetto che nulla ha a che fare con la democrazia, e, alla luce di meccanismi assurdi, può premiare demagogia nauseante, ignoranza estrema, attirando orde di leoncini da tastiera, in ammirazione di qualsiasi bordata o compiaciuti di aver trovato uno come loro. Molti accettano passivamente senza porsi alcuna domanda. Qualcuno copia-incolla proprio l’invito a copincollare “prima che cancellino tutto”, oppure “diffondi quello che nessuno ti dirà mai”, e piovono gli immancabili “poteri forti”.

Lo Smartphone, ormai ufficialmente parte integrante del corpo umano, racchiude e omogeneizza tutto spingendo, fra l’altro, a equiparare giornali quotidiani a gossippari tuttologi esenti da obblighi grammaticali. Un certo popolo dei social ha bisogno di vedere un film tutto colpi di scena, e si nutre di scoop a raffica alle cui fonti, molto alternative, crede. A chi assicura che sono tanti i giornalisti esperti che nella propria carriera possono non aver realizzato nemmeno uno scoop, rispondono che i tempi sono cambiati e quelli di oggi sono più bravi, veloci e non asserviti. In tutto ciò, la tivù è ormai condannata a fare share solo intrecciandosi con il web, provocando e raccogliendo i suoi sussulti, pronta a invitare le Angele Coviddi nel salotto di una Barbara D’Urso, il cui copione è criticare, sempre con un occhio alle reazioni contrapposte dei webbisti. Si scatenano lodi e proteste, la siciliana torna e minimizza, affermando di avere negato il Covid in una giornata di mare spensierato. Per poi confermare che il Coviddi non esiste e che lei non recita come tanti. Così tutti felici, la star casalinga e la tivù che ha fatto share. Ma la televisione sa di avere gli anni contati, e assomiglia alle automobili ibride, che conservano un motore termico che è solo un momento di passaggio verso l’elettrico puro. La carta stampata, poi, è purtroppo già un morto che parla a bassa voce. E non perché dal 2013 al 2019 le corazzate Corriere, Repubblica e Sole 24 ore hanno dimezzato le vendite. E nemmeno per le battaglie di Greta contro la carta. Ma perché siamo nell’era digitale, che, in francese, si dice numérique, e i numeri di chi ama il giornalismo tradizionale crollano con il tempo, le generazioni e con le silenziose, ma micidiali mosse planetarie dei colossi di Internet. I quali, come cantava Enzo Jannacci, ti spiegano le tue idee senza fartele capire. Oh yeah!