Per parlare di Mariolino Corso, scomparso da pochi giorni, non basta parlare di calcio. Meglio: non basta parlare di calcio come se ne parla e se ne scrive oggi, vorticosamente aggiogati alle sirene del mercato, attenti soprattutto alla tenuta atletica, agli schemi di gioco che sacrificano i solisti.

Occorre invece, passando attraverso il calcio di ieri (quello degli anni Sessanta e Settanta), lasciarsene guidare ove esso poteva condurre, in un al di là da esso stesso propiziato e tuttavia concesso solo a pochi, un orizzonte lontano fatto di intuizioni geniali, di fantasia inesausta, di invenzioni improbabili, e che perciò accendeva l’anima di tutti, anche dei sostenitori delle squadre avversarie.

Ecco allora il modo acconcio di incontrare Mariolino, perché lui abitava questo mondo rarefatto e appena percepibile, se non da chi fosse capace di attingere il sapore dell’infinito in una delle molte forme in cui si manifesta.

Un calciatore del tutto atipico, fuori da ogni schema, solitario, per nulla atletico, gravato da leggera pinguedine, che in campo dava l’impressione di una svogliata indolenza e che giocava con i calzettoni abbassati fino alle caviglie.

Ed era un segnale da cogliere, questo dei calzettoni arrotolati. Come dicesse: io sono qui perché è qui che per necessità devo stare, ma vorrei essere altrove – forse lungo i sentieri ventosi del mare o quelli segreti del cielo? – ed ecco che ve lo lascio intendere da questo particolare non indifferente; non indosso neppure i parastinchi, perché, per ciò che farò, non mi servono.

Una leggera ptosi oculare – vale a dire le palpebre appena abbassate – insieme ad un atletismo assente davano l’impressione agli avversari di vedersi di fronte ad uno che, trovandosi per caso a passare di là, invitato a giocare per completare la squadra, avesse accettato più per non dispiacere gli amici che per sua personale esigenza. E, a volte, sembravano per questo disinteressarsene.

Invece accadeva che – come ben sapevano gli appassionati interisti – da quel girovagare svagatamente sul campo, senza mai davvero correre – perché appunto non ce n’era bisogno (era il pallone che doveva correre, non certo lui) – scaturisse un traversone dalla linea laterale destra, effettuato di esterno sinistro (all’ungherese, diremmo), in modo da eludere la possibile uscita del portiere, e che collocando il pallone esattamente sulla testa del centravanti, gli permetteva di deviarlo in fondo alla rete, semplicemente facendo sponda: senza sforzo alcuno.

La rete era certo del centravanti, ma per tre quarti era di Corso, perché quello non aveva fatto quasi nulla e questo tutto: perfino l’impensabile.

Subito dopo Mariolino tornava verso il centro del campo soddisfatto, ma non oltre il lecito, perché queste giocate erano per lui abituali, quanto di disarmante semplicità.

Mariolino era forse soltanto un poeta che, invece di comporre versi, disegnava arabeschi vertiginosi, usando delle traiettorie di una sfera di cuoio piena d’aria che, inviata in cielo, planava poi sulla terra, sospendendo, in barba a Newton, per tre secondi – così a tutti sembrava – la stessa legge di gravità.

Ecco perché la sua celebre punizione dal limite dell’area prese nome di “foglia morta”: perché – al pari dello Spleen di Baudelaire e della malinconia di Albert Camus – la traiettoria in cui essa consisteva, dopo essersi diretta verso l’infinito del cielo, si sublimava in una rapida quanto inattesa discesa verso la terra nel momento esatto in cui poteva transitare attraverso il solo spazio residuo, cioè fra la mano disperatamente protesa del portiere e l’algida e indifferente levigatezza della traversa: un vero dramma esistenziale, consumato in una manciata di secondi, come quando un refolo di vento decreta, appunto, la sorte di una “foglia morta”.

Ma per Mariolino tutto questo non era il frutto di un rigido ed estenuante calcolo trigonometrico; era invece la dimensione estetica di un disegno ludico condotto alle sue estreme ed impensabili conseguenze, tessuto di ironia, perfino di pigrizia, benché sovranamente sublime.

Ne ebbi prova quando nel corso di un incontro di Coppa Italia – Inter/Reggiana – Mariolino mise a segno la sua ennesima “foglia morta”. L’arbitrò stabilì che la rete non era valida perché lui non aveva ancora fischiato la ripresa del gioco e che perciò bisognava ripetere la punizione. Oggi, ci sarebbe stato l’assalto al direttore di gara, fra urla, insulti, spintoni, ammonizioni e via di seguito.

Tutto ciò gli era profondamente estraneo, perché lui era un signore del gioco nel senso più nobile. Mariolino non batté ciglio, non disse una sola parola. Sistemò di nuovo il pallone nel medesimo punto, attese il fischio arbitrale e, disegnando una traiettoria identica alla precedente, costrinse l’allibito portiere a raccogliere la sfera in fondo alla porta. Due traiettorie identiche a distanza di pochi minuti beffavano un portiere che, già allertato dalla prima, immaginava, presentendola, la seconda: ma non ci fu nulla da fare. Né si dica che egli con questa punizione abbia fatto scuola: non vedo autentici eredi, ma solo imitatori, che non è la stessa cosa.

Né infatti Maradona né Del Piero né Mihajlovic, pur grandi campioni, hanno fatto la medesima cosa: essi infatti imprimevano assai più potenza alla sfera, decretandone una traiettoria arcuata e sibilante.

Quella di Mariolino era profondamente diversa, molto più fragile, esito necessario di una sapiente miscela di inerzia e di pigrizia, un valzer lento che trascolora in ironia: appunto come una “foglia morta” (non sentite qui, per incanto, la voce sussurrante di Yves Montand che intona il celebre motivo?).

Ecco perché Mariolino era il solo e unico italiano che il mitico Pelé – più volte intervistato sul punto – avrebbe desiderato veder giocare nella nazionale carioca: perché vedeva ciò che ad altri (per esempio a diversi commissari tecnici della nazionale italiana) era precluso.

Ecco perché Mariolino era un calciatore atipico, uno che abita altri mondi ai più sconosciuti, i mondi stessi di Dio, della cui esistenza il suo modo d’essere e di concepire il gioco mi pare rappresenti la sesta prova (dopo le canoniche cinque di San Tommaso).

Sicché, adesso che è scomparso ai nostri occhi, ma non per i nostri cuori, mi piace immaginarlo mentre nella distesa infinita di morbido prato verde che sarà il suo Paradiso, cerchi di spiegare a Dio, che glielo chiede, come facesse a battere la sua “foglia morta”; e che Dio si sforzi di capire. Se ci riesce.