Cisl Medici: Cifaldi ricorda Garraffo

L’8, 9 e 10 giugno 2017 si svolse a Roma il quarto congresso nazionale della federazione Cisl Medici. Lo slogan congressuale fu “Medici e Cittadini: una nuova alleanza per la persona e per il lavoro”. A quasi due anni da quel congresso che rielesse il dottore Biagio Papotto a segretario generale nazionale della Cisl Medici abbiamo voluto ricordare alcuni aspetti della relazione congressuale parlandone con il dottore Luciano Cifaldi, segretario della Cisl Medici Lazio, e chiedendogli di commentare alcuni tra i passaggi più significativi della stessa.

“Ancora una volta quindi – scriveva Biagio Papotto – chiedo a tutti voi, a tutti noi della Cisl Medici, di impegnare le comuni capacità allo scopo di tutelare al meglio i nostri iscritti e i nostri colleghi. Solo così, con il sincero aiuto di ciascuno, si costruisce un futuro migliore per il Paese. E solo questo è l’interesse di un sindacato come il nostro”.

Le parole di Biagio Papotto si richiamano in maniera esplicita a quello che è la realtà del nostro sindacato. Lui parlava di costruire un futuro migliore e per farlo occorre conoscere bene da dove si viene. Basta entrare nel sito internet della Cisl e sin da subito si può leggere che “ad oltre sessant’anni dalla nascita, con più di 4 milioni e mezzo di iscritti, la Cisl è un grande sindacato confederale fondato su principi di libertà, giustizia, partecipazione, responsabilità, autonomia, fedele ai valori del cattolicesimo democratico e del riformismo laico. Mantenendo ferme queste caratteristiche e le idee lungimiranti dei “padri fondatori”, la Cisl è divenuta una forza sociale sempre più determinante e centrale nella vita economica e sociale del Paese, allargando la sua influenza e guadagnando consenso fra i lavoratori e i cittadini”.

“All’interno della Cisl molte cose sono cambiate, ma noi siamo medici, avvezzi ad essere pragmatici e poco interessati a cose che non siano “perché” e “come”. Perché si verifica un’infezione? Come si cura? Ecco, il paziente è in guarigione. Le emergenze sono altre. Fuori da qui”.

Le emergenze sono altre. Parole profetiche quelle del segretario anche alla luce del ripetersi di episodi di violenza a carico degli operatori sanitari, in primo luogo medici ed infermieri, alla luce del ripetersi degli attacchi mediatici ai medici ed alla continua campagna, troppo spesso motivata da interessi economici importanti, sulla presunta malasanità cui sarebbero attori protagonisti i nostri medici da condannare sui giornali e nelle televisioni prima ancora di essere sottoposti ad iniziative giudiziarie da parte della Magistratura. Poi è chiaro che se questo è il clima non dobbiamo stupirci se gli episodi di violenza aumentano e se ormai assistiamo anche agli assalti veri e propri in stile forte Alamo, come voi stessi avete dato più volte notizia nella vostra testata editoriale e di questa attenzione ringrazio lei ed il suo direttore. Ma forse Biagio Papotto, proprio per la sua significativa e poliennale esperienza di medico del servizio pubblico e di sindacalista, parlando di “altre emergenze” faceva riferimento a ben altra malasanità, quella che non è determinata dai medici e dai professionisti bensì da pochi amministratori senza scrupoli, asserviti ai propri interessi ed a quelli di certa politica che si intromette nella sanità cercando, a volte con successo, di vincolare e indirizzare procedure concorsuali a danno dei meritevoli. In questo senso mi chiedo chi sia la parte lesa. Credo lo sia il medico che non riesce a vincere un concorso o a diventare primario perché ci sono colleghi magari con scarsi titoli ma fortemente sponsorizzati. La sanità ritengo sia ancora troppo fitta di zone di ombra o di Umbria, tanto per citare qualcosa dell’ultimissima ora.

Papotto così proseguiva. “Contratto, contratto. Cos’era? Ad alcuni medici la parola suona allo stesso modo di come Carneide risuonava nelle parole di Don Abbondio. Alcuni di noi, infatti, i più giovani, sanno di essere normati da un contratto, ma hanno forse assunto come racconto favolistico la procedura per discuterlo e rinnovarlo. Eppure vogliamo farlo. E dovremo farlo. Non possiamo più tollerare questo stato di cose e nelle nostre dichiarazioni lo abbiamo detto a chiare lettere, più di una volta”.

I medici e i dirigenti del Servizio sanitario nazionale sono senza contratto da dieci anni. Gli stipendi sono fermi ma, oltre al costo della vita, sono cresciute le trattenute e le tasse locali soprattutto in quelle regioni sottoposte a piani di rientro in sanità. Dove è la colpa dei medici? Quali sono le responsabilità gestionali che oggettivamente, e ripeto oggettivamente, possono essere attribuite ad una categoria sempre più anziana e sempre meno numerosa, che deve con grande fatica comunque garantire i servizi 24 ore su 24 almeno nelle strutture ospedaliere. Una categoria, quella medica, lasciata sola in troppe occasioni. Qualcuno di voi ricorda il nome del Collega morto annegato in Sicilia mentre, nonostante una tempesta di acqua, si recava in ospedale, nel proprio posto di lavoro, per svolgere il proprio dovere? Giuseppe Liotta si chiamava. Solo postume lacrime di coccodrillo per uno degli Eroi dei nostri tempi. 

“Si crede ancora alle storie da bar della siringa che costa troppo, agli sprechi, agli assenteisti? Ci sono cose da migliorare? Siamo i primi ad individuarle, segnalarle, proporle. Se – anziché un sindacato – fossimo una costosa società di consulenza, verremmo con ogni probabilità ascoltati e profumatamente retribuiti per dire le stesse cose. Possiamo ancora convivere con questo ottuso modo di gestire il pubblico?”

Con sottile ironia Biagio ha recuperato il mito della casalinga di Voghera. Anche lei ormai non crede più alle favole che troppo spesso si ha interesse a raccontare. Cinque anni fa indirizzai ad una testata giornalistica di settore alcune mie riflessioni che vennero cortesemente ospitate in una rubrica. “Oggi la realtà è purtroppo tristemente diversa – scrivevo –. I continui tagli nella sanità del Lazio gettano ombre sul presente e sul futuro professionale dei colleghi precari, benché se ne parli sempre meno, e contribuiscono a determinare anche negli altri operatori un senso di sfiducia generalizzata. A questa situazione si aggiunge il periodico (e sospetto) diffondersi di tam tam mediatico sui casi, presunti o reali, di malasanità o su episodi, certamente censurabili, nei quali il ruolo gestionale del dirigente medico potrebbe aver comportato la conduzione non trasparente di gare ed acquisti. Ma su questo, per fortuna, vigila la magistratura. Sfugge tuttavia ai più che la quasi totalità dei medici non ha nulla a che fare con il ruolo di “dirigente”. Svolge il proprio lavoro, che è fatto essenzialmente di diagnosi e cura. Una crescente impressione di essere oggetto d’ostilità colpisce il medico, la sua vocazione, il suo operato, la sua funzione, il suo ruolo, generando scoraggiamento e senso di rinuncia. Nessuno di noi vuole rinunciare ad un ruolo che è frutto di studio e di sacrifici e che necessita di aggiornamento qualificato e costante”. C’è da dire che almeno nel Lazio il futuro dei Colleghi precari oggi è davvero molto meno cupo e questo lo sanno tutti gli addetti ai lavori. Questo si è realizzato grazie ad una incisiva azione della cabina di regia del Ssr ed a questa azione non è stata estranea la presenza e la collaborazione dei sindacati tutti della dirigenza e del comparto. Obiettivi comuni ed azioni sinergiche, collaborazione a 360 gradi senza rigidità ideologiche ed anzi si è giunti addirittura ad una specifica legge fortemente voluta da due consiglieri regionali del territorio pontino del Partito democratico e di Forza Italia. Ripeto, a problemi gravi si è fatto fronte comune. Questo va detto: diamo merito alla politica quando riesce ad essere, come in questo caso, espressione vincente di interessi pubblici da tutelare.  

Ancora Papotto nella sua relazione del 2017. “A cosa serve realmente un servizio sanitario nazionale? In un momento di grande incertezza politica ed economica e, per quanto riguarda la sanità, di continue valutazioni sulla sostenibilità del Ssn, è indispensabile porsi questa semplice domanda: a cosa serve realmente un servizio sanitario nazionale? Le risposte potrebbero essere diverse: alla prevenzione, al controllo e al trattamento delle malattie? Alla protezione e promozione della salute? Oppure, per citare l’atto costitutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità, al raggiungimento dello stato di completo benessere fisico, mentale e sociale?”.

A cosa serve un servizio sanitario nazionale? A garantire lo stato di salute di un popolo. E non mi si venga a dire che mancano i soldi. Negli ultimi 20 anni la parola più indefinita che ho sentito ripetere all’infinito è stata “allocazione”. Ma davvero siamo convinti che oggi occorra stravolgere un modello di sanità che ha garantito la tutela della salute dei cittadini? Si dice che oggi non ci si possa più permettere uno stato sociale, quale quello fino ad oggi esistente. Ne siamo convinti? Potrebbe forse bastare una attenta lotta alla corruzione per reperire quei soldi che possano fare ripartire gli investimenti in strutture, tecnologie e risorse umane. Sì, risorse umane. Perché la medicina, anche la moderna medicina, è fatta da esseri umani e il concetto di umanizzazione nei percorsi di accoglienza e di cura non può essere rispolverato e tirato a lucido solo nei nostri convegni. Il malcontento degli operatori non è più strisciante ma ormai è dilagante, un vero e proprio fiume in piena. Le divisioni all’interno delle categorie che si occupano di sanità e le divisioni tra le stesse categorie, unite alle crescenti difficoltà di dialogo con i malati ed i cittadini hanno portato ad una miscela esplosiva in grado di far saltare il sistema. Occorre ripartire con il dialogo, ma i segnali che giungono in questo senso non appaiono positivi. Ma se salta il sistema e non saltano i corrotti, a pagarne le conseguenze saranno quanti continueranno a trovare i Pronto Soccorso strapieni, i posti letto negli ospedali ancor più diminuiti e pressoché inaccessibili, e l’incancrenirsi del contenzioso medico legale non produrrà solo gli effetti dannosi della medicina difensiva ma si arriverà ad una medicina di astensione.

“Per tutti coloro che sono iscritti alla Cisl Medici la centralità della persona fa parte del comune DNA sia della federazione Cisl Medici sia della Cisl Confederale”.

Nel settembre dello scorso anno la Segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, commentando l’intervista di Papa Francesco al quotidiano Il Sole 24 ore ebbe modo di dire “È davvero profondo e di grande importanza il messaggio di Papa Francesco: dobbiamo tutti, istituzioni, politica, imprese, sindacati, ripartire dalla centralità della persona umana nello sviluppo delle attività economiche e lavorative. È molto significativo che il Santo Padre sottolinei ancora una volta come la crescita è sempre il risultato dell’impegno per il bene della comunità. Questo deve essere oggi l’obiettivo che tutti i soggetti, a partire dal ruolo delle imprese e del sindacato, devono saper realizzare in un incontro costruttivo tra capitale e lavoro: è il lavoro che conferisce dignità all’uomo. La Cisl, sindacato laico fortemente ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, è impegnata con coerenza e senso di responsabilità per costruire una società solidale in cui nessuno sia escluso dalle opportunità di crescita economica e sociale”. Penso che le parole di Annamaria Furlan siano la sintesi perfetta del codice genetico della Cisl.

“Noi vogliamo una medicina che serva all’uomo, che recuperi la relazione tra medico e paziente, che abbia come preoccupazione costante non solo la cura più efficace, ma un profondo totale rispetto della persona”, queste sono le parole dell’amico Giuseppe Garraffo a dimostrazione che l’umanesimo nel lavoro e l’umanesimo nella cura sono le nostre battaglie.

La ringrazio per avere scelto tra i tanti passaggi della relazione di Papotto proprio quella dove c’è un richiamo importante alle parole del suo predecessore nella carica di segretario generale della Cisl Medici. Sin dagli anni ‘80, e cioè dal primo contratto della sanità, Giuseppe Garraffo partecipò, ricoprendo vari ruoli in ambito associativo, alla attività sindacale ed alle trattative per i rinnovi dei contratti e delle convenzioni mediche. Una attività che lo portò ad essere indiscusso protagonista di indimenticabili stagioni contrattuali. Erano quegli gli anni in cui prese avvio il processo di aziendalizzazione del Servizio sanitario nazionale a seguito della pubblicazione del Decreto legge n. 502-1992. Furono modificati gli acronimi e le Usl si trasformarono in Asl: Aziende sanitarie locali, dotate di autonomia sia decisionale che patrimoniale, con l’obiettivo di rispondere a criteri di efficacia, efficienza, economicità e rispetto dei vincoli di bilancio. Il rischio che la necessità di una profonda ristrutturazione dello Stato sociale potesse cancellare lo stesso principio di solidarietà che lo aveva ispirato era emerso già nel corso della Prima conferenza nazionale della Sanità, svoltasi a Roma nel 1999. In quella occasione, l’arcivescovo di Milano cardinale Martini aveva sottolineato un pensiero più volte espresso: come non si potesse pensare alla sanità come azienda, alla salute come prodotto, al paziente come cliente, e come fosse necessario riproporre la centralità alla persona umana, soprattutto nei momenti di sofferenza. In sanità, l’aspettativa da parte del paziente non è rappresentata dal numero delle prestazioni, bensì dal miglioramento delle condizioni di salute. Sono passati solo venti anni, sembra essere passata una vita.

Dottor Cifaldi quale è il suo ricordo di Giuseppe Garraffo?

Noi tutti, nella Cisl Medici, dobbiamo qualcosa a Giuseppe Garraffo e a noi tutti ha insegnato qualcosa. La sede nazionale, nell’aula dedicata a Giuseppe che ci ha prematuramente lasciato, è piena di foto che richiamano tempi lontani, colleghi e persone che hanno dato tanto al sindacato e dal sindacato hanno tratto insegnamento, forza, coraggio. Non è retorica ma se si vive il sindacato in spirito di servizio allora è una palestra sana dove ci si può allenare alla vita ed alla vita professionale. Biagio Papotto ha nei giorni scorsi commemorato Giuseppe Garraffo con queste parole: “Con altri amici e colleghi aveva avuto l’intuizione di creare dal niente un sindacato di medici che non si limitasse ad una difesa corporativa dei colleghi, ma si occupasse a fondo dei valori più veri della professione e della irrinunciabile umanità ad essa collegata”. Mi piace ricordare in conclusione che anche per l’anno 2019, così come è avvenuto negli anni passati, la Federazione Cisl Medici ha stabilito di istituire due borse di studio intitolate alla memoria del dottor Giuseppe Garraffo, primo segretario generale della Federazione Cisl medici, che nella propria vita ha saputo coniugare un indiscusso talento nella professione ed un importante impegno sindacale.

@vanessaseffer