Quei bravi ragazzi in toga

Il tema sembra abbastanza distante dagli interessi della cittadinanza, ma ha invece un’importanza fondamentale, proprio per i cittadini. La storia è lunga e racconta di una guerra in corso, all’interno dell’avvocatura italiana, ormai sempre più aperta e difficile da censurare. Ovviamente si tratta di una guerra di bottoni e di potere, che vede da un lato gli esponenti vincenti dell’Ordine Forense, dall’altro poche decine di eretici, decisi a battersi per un cambiamento radicale. Tutto comincia nel 2014, quando l’allora Ministro della Giustizia Andrea Orlando emana un regolamento elettorale, destinato a dettare le regole per le elezioni dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati, platealmente totalitario, che mira a consegnare alla lista vincente tutto il Consiglio, senza lasciare nessuno spazio alle minoranze. Si tratta di un regolamento illegittimo, e gli eretici denunciano, combattono, manifestano, ed infine, come era ovvio e prevedibile, vincono, ottenendo giustizia presso il Consiglio di Stato. La storia però non finisce qui: qualche anno dopo, un maturo avvocato siciliano, un tipo “vecchio stampo”, decide di ricorrere contro un’altra prassi totalitaria, quella che viene portata avanti da avvocati, già presenti nei Consigli dell’Ordine da svariati lustri, che si ricandidano, ancora, ancora, ed ancora, incuranti di una norma di legge che impone un turno di “stop” dopo lo svolgimento di due mandati consecutivi. L’avvocato si chiama Antonino Maria Cremona, viene snobbato un po’ da tutti, ai piani alti dell’Ordine, ma incredibilmente, per molti, ed abbastanza ovviamente, per i pochi eretici, il 20 dicembre 2018 la Corte di Cassazione emette una sentenza destinata a diventare dirompente per gli assetti di potere interni all’Ordine degli Avvocati. Cremona ha ragione, i cosiddetti “plurimandatari” non sono eleggibili, anche nell’Ordine degli Avvocati vanno impedite le sclerotizzazioni del potere che minano l’alternanza e la possibilità, per tutti gli avvocati italiani, di concorrere alla rappresentanza degli interessi di categoria.

A questo punto il profano potrebbe pensare che gli avvocati, rispettosi delle leggi e delle sentenze della Cassazione, abbiano deciso di conformarsi a quanto espresso dalla Sentenza n. 32781/18, ma se lo pensasse, il povero profano resterebbe deluso. Nonostante si rivendichi ai quattro venti il ruolo onorifico, di puro e disinteressato servizio, che dovrebbe caratterizzare l’incarico di Consigliere dell’Ordine, i protagonisti della vita politica forense respingono al mittente i precetti normativi che invocano ricambio, alternanza e pari possibilità per tutti e si ricandidano, in violazione delle regole. A questo punto, per evitare il caos di scelte divergenti, mentre in alcuni fori italiani vengono annunciati i ritiri degli avvocati che intendono rispettare la legge, interviene persino il Parlamento, che con un decreto legge, connotato dall’urgenza, in ragione della scabrosa situazione in corso, fa proprio il precetto di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, chiedendo nuovamente agli avvocati in condizioni di ineleggibilità di rispettarlo e di farsi da parte.

Fine della storia? Proprio no. Gli avvocati legati al loro servizio disinteressato trovano sostegno presso il Consiglio Nazionale Forense, dove siedono e comandano altri avvocati, eletti in violazione della stessa norma che impone un massimo di due mandati. Una fortunata coincidenza che porta il Consiglio Nazionale Forense a dichiarare di non ritenersi soggetto alla legge e che sfocia nella sua impugnazione dinanzi alla Corte Costituzionale. La storia continua e si ignorano i reclami di quegli eretici che, in tutta Italia, fanno notare proprio al Consiglio Nazionale Forense, che è giudice di tali reclami, che la legge c’è, è in vigore, e che fintanto che c’è, come ogni avvocato sa, va applicata. Sembrerebbe tutto semplice, ma è tutto inutile, perché il Consiglio Nazionale non decide i reclami in base alla legge che c’è, ma aspetta e spera in una nuova legge, semmai essa sarà.

Nel cuore dello scontro si inserisce un episodio assai recente e per certi versi molto strano:  l’Onorevole Ciro Falanga, in un convegno pubblico, tenutosi a Torre Annunziata il 17 maggio scorso, rivela retroscena assai interessanti sulle pressioni ricevute a suo tempo dagli esponenti apicali dell’Ordine Forense, per eliminare dalla Legge che porta il suo nome proprio la norma che impediva a chi avesse svolto già due mandati di ricandidarsi. Meno di dodici ore dopo, con un’intervista e una mail che avrebbe inviato ad uno dei coinvolti in questo presunto pranzo, si affanna a smentire ogni cosa, dicendo di non ricordare chi in realtà avesse di fronte.

Tra i dubbi, le accuse, le smentite e i sotterfugi, gli avvocati osservano e sembrano solo chiedersi  “come finirà?” A breve si attende la pronuncia della Corte costituzionale, e se gli eretici sono pronti a giurare che la Consulta non salverà la casta degli eterni “sacrificati” all’interno dell’Ordine Forense, c’è da scommettere che le pressioni perché si giunga ad un diverso risultato non mancheranno. Perché? Ma è semplice. Perché, come recitava una famosa pubblicità degli anni passati, proprio come un diamante, anche una poltrona, per il Consigliere dell’Ordine, dovrebbe essere per sempre.