Ballando con le (ex) stelle

Fu un sabato prima di Pasqua dell’anno del Signore 2019 quando la prima rete Rai decretò la morte del talent-varietà, se così si può chiamare quella “cosa” che porta il nome di Ballando con le stelle. Ho avuto una seria difficoltà ad individuare un punto da cui partire nella critica di questo spettacolo. Perché, per quanto mi sia sforzata, a me che non ballo e non ho mai ballato (non è vero, ho fatto danza moderna, afro, funky e qualche altra cosetta, ma non ho mai messo piede in una balera in vita mia) questo genere di intrattenimento per appassionati del paso doble mi lascia da sempre molto perplessa. Quindi comincio dalla claque, ovvero gli applausi comandati: che non si trovano nemmeno nei peggiori show delle peggiori tivù private dell’Arkansas negli anni Sessanta. Nel 2019 l’applauso scalettato come parte della narrazione televisiva è fastidioso, toglie spontaneità al tutto che invece è talmente spontaneo da risultare spesso patetico. Un patetico che piace, evidentemente.

Eppure, ci sarà un motivo se la Rai continua a produrlo e quasi quattro milioni di telespettatori a guardarlo, con il risultato di uno share dignitosissimo del 18,9 per cento, probabilmente gonfiato dalla assoluta mancanza di alternative valide, come praticamente ogni sabato, santo e non. In principio non fu il Verbo, come ci si sarebbe aspettati in un programma dove si deve vedere una suora che balla come una stella di Broadway – con tutto il rispetto per la suora e per Broadway – ma appare sul palcoscenico un robot, messo lì forse per attrarre i bambini, con delle battute brutte, ma proprio brutte, che non farebbero ridere nemmeno un poveretto affetto da cretinismo e che ti fanno domandare non solo il perché di questa tortura – e, Belli si è visto chiaramente dalla faccia storta che la domanda se l’è fatta –  ma anche chi sia che gli scrive i testi e di quale mente perversa sia l’idea a monte. Roba da far venire incubi ricorrenti peggio dei drughi di Arancia Meccanica. A metà della teogonia dell’assurdo fu l’ex senatore Razzi vestito da Zorro.

No, dico: Razzi vestito da Zorro che balla, imago mortis di qualsiasi talento se non di quello da filmetto anni Settanta in stile Vitali-Fenech, per capirsi. Come la De Girolamo, che almeno mantiene un contegno. Ma, ecco, ora abbiamo capito cosa vuol dire riciclarsi egregiamente dopo la politica e darsi allo spettacolo, quello indegno. Spiccò poi la bellona Arcuri “l’anatra con l’ala spezzata”, l’ha detto lei, anatra, non oca, bellissima e disinvolta anche alle prese con un discreto product placement del Caffè Borbone. Discretissimo proprio. Come discretissimo è stato il ringraziamento accorato a mamma Rai di Simona Ventura per l’opportunità di fare di nuovo il suo mestiere di conduttrice. E per promuovere il programma in partenza ma sì, facciamole fare una ballatina. Come scadere da professionista seria a incensatrice di dirigenti in modalità live. Ci vogliamo mettere anche una scenografia da teatro del Muppet Show con annessa improbabile giuria. Vestiti anche male, tutti, come se non aprissero un giornale di moda da almeno vent’anni. Vai poi a capire se la colpa è la loro o di qualcun altro. Noi però li dobbiamo guardare e tuffarci nel cattivo gusto estetico, laddove in televisione l’estetica è il 90 per cento della questione.