8 Marzo?

È inutile prendersi in giro: finché si continua a festeggiare l’otto marzo (a colpi di costosi ramoscelli di mimose), finché le consultazioni elettorali saranno caratterizzate dall’attribuzione (forzata) di preferenze basate sulle cosiddette “quote rosa”, finché esisterà una percentuale di incarichi da dover attribuire alle donne evidentemente intese come una sorta di perpetua minoranza di genere, nulla mai riuscirà finalmente ad equiparare i due sessi.

Manifestare per un’uguaglianza e per il rispetto non riuscirà mai a far comprendere interamente l’importanza di essere donna, ma soltanto la perpetua richiesta all’universo maschile di avere qualcosa in più: quella richiesta, però, costituisce una autoammissione di inferiorità che già di per sé è emblema di sconfitta. Amiche, siate oneste con voi stesse: ma davvero siete convinte che quelle tavolate di sole donne tipiche della sera dell’8 marzo costituiscano un segnale rivolto al mondo che vi circonda? E a quale pro? Per dimostrare cosa?

Chi scrive, nella propria esperienza professionale, ha avuto a che fare con diverse “cape”: con alcune ho “scazzato” ma sempre con il massimo rispetto, con altre sono andato d’accordo, con altre ancora sono stato legato anche da un rapporto di stima ed affetto personale reciproci ben oltre il mero rapporto lavorativo. E quindi? La stessa cosa è successa con i “capi” e nessuna differenza credo si debba necessariamente andare a cercare. La capacità di comandare travalica il genere sessuale: è solo questione di capacità personale.

Invece, continuando con certi stereotipi, si rischia di ammettere definitivamente la propria (ma ingiustificata) inferiorità “di genere”: la donna non è come un panda in via di estinzione, ma di certo non può limitarsi a dimostrarlo a colpi di mimose e tavolate unisex.