Tv di oggi: lo sterminio della cultura

Mi ero ripromessa di non prendere posizione sulla triste, squallida, miserabile, indegna, ignobile, indecente, imperdonabile, ributtante pagina di televisione spazzatura andata in onda, in più riprese, come se si stesse assistendo ad un incontro di boxe, all’Isola dei Famosi giorni fa, dove si è visto un pugile stanco suonato come una zampogna, Riccardo Fogli, messo all’angolo di una gogna più che mediatica umana e l’infierire di un intero gruppo di “professionisti” della televisione e dello spettacolo: autori, conduttori, commentatori, borgatari ignoranti colorati come i Picti e donne di dubbio costume vari assurti negli anni a modelli di non si capisce proprio davvero che cosa e le cui opinioni vengono richieste e pure retribuite per disquisire sul nulla pneumatico che spesso essi stessi rappresentano.

Tra l’intrattenimento leggero e, volendo - anche non volendo - diseducativo e lo schifo ci passa un treno, ma sarebbe troppo facile fare la morale ad una televisione pensata per un pubblico di riferimento che non era quello italiano, in origine, ma quello di una massa di popolino bue completamente svaccato, senza radici, senza nozioni e senza discernimento come potrebbe essere quello di altre nazioni e confederazioni che non sono la nostra e da cui siamo stati così bravi, come sempre, da importare il peggio del peggio, del peggio.

Così come, dopo anni di inutili tentativi, è vuoto lanciare invettive contro il trash, il cattivo gusto, la maleducazione assoluta, la volgarità, l’attitudine allo scarsismo e al portierato di periferia, la pochezza di contenuti di chi certi programmi li produce e li scrive e di chi - i giornalisti - li amplifica spandendone i nauseabondi olezzi in quel moltiplicatore di schifo che è diventato un certo giornalismo e che di giornalistico non ha nulla se non il riportare la notizia fino alla nausea e all’esaurimento della stessa senza che però nessuno tiri mai la catena.

Sono anni che assistiamo inermi alla conquista di posti di potere, posti chiave dell’informazione, ruoli di opinion makers e opinion leaders, sceneggiatori, registi, attori, conduttori e conduttrici, autori, dirigenti, da parte di gente banale che pensa in modo conforme, bassamente popolare, spesso anche totalmente o quasi illetterata, senza talento, senza alcun gusto (nell’esistere in primis) messi lì non si sa per quale miracolo, per quale merito, per quale amicizia, moglie, marito, compagno, amante, sgomitata e nessuna reale capacità che nessuno osa mai mettere in discussione per non fare torto al potente di turno che li ha “unti” nel ruolo chiave dove sono arrivati facendo quanto di più degradante possa esistere pur di apparire e pur di “arrivare”.

La cosa, che accade da che mondo e mondo sia chiaro, ma degenerata in questa piaga contemporanea tristemente tutta italiana mirabilmente totemizzata in quello “zero tituli”, sembrerebbe ormai inarrestabile, forse addirittura irreversibile, per via di uno scadimento generale della società da valori innumerevoli come potrebbe essere, per dirne una - quella principale in verità - il possesso di una cultura. Come se il sapere, il discernere, la dialettica, il dialogo, l’ermeneutica fossero diventati un disvalore, un minus e non un plus, qualcosa di sospetto da sminuire, affossare, abolire, quasi una risibile fiera delle vanità, quel tanto che basta per farti sentire sbagliato se, nell’ignoranza generalizzata, tu invece hai studiato. E purtroppo lo sono se si calcola l’ondata di discredito, a livello mondiale, che si è gettata scientificamente con il tam tam tribale della lobby smutandata della “disintellighenzia” su coloro che sanno qualcosa: perché chi non sa un tubo lo sottometti meglio e da spettatore a consumatore, numero, spugna, il passo è breve. Semplice ma non semplicistico.

Pertanto la posizione che prenderei sulla vicenda Fogli sarebbe quella del telespettatore non carne da macello, quello che ha studiato, quello che ha lavorato, quello che ha delle radici mentali e culturali nelle quali affondare e godere, cioè il telespettatore non medio, non scarso, non fintamente umile e modesto perché così ormai lo vuole la società dell’ipocrisia - che è l’evoluzione in peius di quella dell’immagine - viziato dalla conoscenza del meccanismo di come si fa o si debba fare la televisione, per averci, ahimè, lavorato per molti anni (che qui ormai tocca chiedere scusa anche se sai fare qualcosa che non sia la ricostruzione delle unghie col gel, tipo pensare).

Il punto di vista dell’addetto ai lavori, del tecnico dei media, non è e non può essere banalmente quello del pubblico a casa, l’analisi dovrebbe considerare la costruzione del copione, la valutazione dell’impatto in termini di ascolto, la reazione degli sponsor che pagano (e che vivaddio si sono ritirati, vedi Caffè Borbone, applausi) ma, prima di tutto, trattandosi nel caso in questione di un reality show, la ripercussione di un errore di valutazione sulla vita delle persone.

Chissà se la gente lo sa cosa ma soprattutto chi c’è dietro a quello che vede, se capisce che questa roba fa schifo, che non porta valore aggiunto alla loro vita di fruitori di un prodotto confezionato male ma solo orrore, buio e decadenza e conduce ad un appiattimento del livello intellettuale di 60 milioni e passa quanti siamo.

Bene ha fatto Mediaset a rimuovere qualche testa, bisognerebbe in certi ambienti a dire il vero fare tabula rasa e ricominciare da capo, facendo quello che nessuno nella tv (pubblica in particolare) fa da tempo: decidere, dirigere, fare l’editore, in sintesi.

“Malum consilum est quod mutari non potest”, è una cattiva decisione quella che non si può cambiare, diceva un tale Publilio Siro citata da Aulo Gellio, non per far sfoggio ma per dire che la televisione, l’insegnamento, la politica, l’editoria, ma invero tutto ciò che espone gli altri ad un beneficio o ad un potenziale danno dal pasticcere al medico, dall’ingegnere al ministro, la dovrebbe fare chi sa e non chi ignora, un po’ come tutto il resto che coinvolga le vite degli altri.

Ecco perché questa televisione ignorante fa schifo.