Lettera aperta: Io e Giulietti, a proposito di Borrometi

Caro direttore,

mi trovo, mio malgrado, coinvolto in una polemica devastante per la categoria e soprattutto per il sindacato che mi lascia basito. L’antefatto. Ho scoperto qualche settimana fa di essere stato citato nel libro di Paolo Borrometi, “Un morto ogni tanto” (edizioni Solferino). Viene riportato un mio colloquio avuto col presidente della Fnsi, Beppe Giulietti, la mattina del 13 ottobre 2017 quando l’ho accolto a Ragusa per accompagnarlo in Tribunale e portare la solidarietà del sindacato dei giornalisti a Paolo Borrometi, che quel giorno deponeva in aula per le minacce di morte ricevute da un esponente della ‘Stidda’, Venerando Lauretta. Nel libro è indicato erroneamente che il processo riguardava le minacce subite da parte del ‘boss Ventura’ (questo aspetto è irrilevante nella questione, tutt’al più è indicativo della correttezza delle notizie; ma questo è un altro discorso).

Alla lettura di queste righe che Borrometi riporta nel libro citando Giulietti (“È venuto da me il segretario provinciale dell’Assostampa di Ragusa e mi ha detto: “Presidente, non creda alle cose di Borrometi, si dice che si inventi tutto”), ricordo che provai un certo brivido. Ora, semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri. Se anche noi trasgrediamo il massimo principio deontologico: “perseguire la verità sostanziale dei fatti”, di cosa ci lamentiamo, poi?

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Ho parlato con Giulietti, gli ho pure prestato la cravatta per fare le interviste e avere un ‘appeal’ più istituzionale, e l’ho accompagnato in tribunale, insieme al segretario regionale dell’Assostampa siciliana Alberto Cicero che ha assistito al colloquio, per partecipare all’udienza; ma non ho detto la frase che Giulietti mi affibbia. Non era il mio pensiero. E la ricostruzione fatta nel libro è alquanto fantasiosa, perché non rispondente al vero. I miei rilievi erano solo di natura deontologica. Erano i giorni successivi l’arresto a Vittoria dell’ex sindaco di Vittoria e, portando a supporto gli articoli pubblicati su “La Spia” (il giornale online diretto da Borrometi) avevo rilevato e criticato il ‘taglio’ poco deontologico di quei pezzi, con una ricostruzione piuttosto arbitraria del presunto accordo elettorale tra l’ex sindaco Giuseppe Nicosia e quello in carica Giovanni Moscato (articolo del 22 settembre 2017). Ed avevo aggiunto che successivamente la notizia della scarcerazione di Nicosia non era stata data (12 ottobre 2017) al termine dell’interrogatorio di garanzia. Questi rilievi sono stati ‘letti’ a posteriori (volutamente?) per una delegittimazione da parte mia del collega Borrometi.

Dimenticando, invece, che sono stato il primo da segretario provinciale dell’Assostampa a fare da ‘scorta mediatica’ (come la chiama in modo lungimirante lo stesso Giulietti) per Paolo e come testimoniano i miei attestati di solidarietà al collega pubblicati il 16 aprile e il 25 agosto 2014, quando si sono registrate le prime aggressioni a Ragusa di Borrometi. Questa puntuale (e lunga) ricostruzione è necessaria per la ‘piega’ che ha preso la vicenda che rischia di ‘spaccare’ il sindacato con una scelta manichea tra buoni e cattivi, tra Molè o Borrometi. Qui, non c’è da fare alcuna scelta, come hanno fatto invece maldestramente e inopinatamente i vertici nazionali e regionali del sindacato: perché solo gli imbecilli non possono stare dalla parte di Paolo di fronte all’escalation di minacce e violenze che ha ricevuto in questi anni. Ma non posso accettare quest’azione di delegittimazione del segretario dell’Assostampa di Ragusa. Perché se si fa questo si perde la credibilità del giornalismo e del sindacato e si rende più infernale la bolgia che stiamo vivendo.

E si corre, inoltre, il rischio che Leonardo Sciascia aveva paventato nella sua polemica sui ‘professionisti dell’antimafia’ nel 1987: “Nel momento in cui qualcuno ‘si esibisce’ come antimafioso, difficilmente qualcun altro oserà criticarlo o attaccarlo, anche con ragioni fondate, perché correrebbe ‘il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”. Io corro ora questo rischio. Anzi, l’ho percepito sulla mia pelle al congresso nazionale dei giornalisti a Levico Terme. Quando senza alcun confronto democratico sono state fatte scelte politiche su ‘verità preconfezionate’. E poi perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, si scatena una vergognosa opera di delegittimazione pretendendo, con ogni mezzo, di farmi ammettere ciò che non penso e non ho detto. No, non ci sto. Perché non ho paura di schierarmi contro i leader sindacali, i poteri forti e i potenti dell’auditel e delle ribalte mediatiche su posizioni precostituite. Ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando, nel suo messaggio ai giornalisti riuniti a congresso a Levico Terme, afferma che “è necessario che la professione giornalistica venga esercitata con consapevole autonomia, nell’aggiornamento della propria formazione e nella osservanza di rigorose regole deontologiche”.

Ma sottolineare questi irrinunciabili principi non significa non essere vicino a Paolo Borrometi. Anzi, sempre più sua scorta mediatica. Ma nella verità.

(*) Segretario dell’Assostampa di Ragusa