Pubblico impiego all’italiana

Dopo la fondazione della nostra Repubblica, l’impiego pubblico fu presto identificato come burocrazia e, di lì a poco, si notò che certi legislatori presero a muoversi per darle “onnipotenza”. La questione, mai acquietata, è divenuta motivo di discussioni sempre più accese. I “numeri” della burocrazia nostrana sembrano sfuggire all’infallibilità della matematica e si modellano secondo le più arbitrarie convenienze.

Esistono, sia chiaro, impiegati pubblici coscienziosi e seri, ma certi loro colleghi procurano alla categoria una fama così negativa, che potrebbe non essere perdonata neppure in sede di Giudizio universale. Spesso, incurante del senso di correttezza, la burocrazia si muove secondo oscuri tornaconti e sa ricorrere anche alla disonestà intellettuale, pur di darsi ragione. Sapere quanti sono i nostri dipendenti pubblici dovrebbe essere facile, eppure non è così.

Sembra incredibile, ma nel momento in cui si cerca di contarli, diventa incerto perfino sapere cosa siano. Essi, infatti, sono di ruolo, precari, amministrativi, centrali, decentrati, titolari, dirigenti, addetti, supplenti, facenti funzione … e chi più ne ha più ne metta. Di là dei tentativi di generare confusione, gli impiegati pubblici sono coloro che percepiscono uno stipendio formato dal denaro dei cittadini; così semplicemente identificati, se ne contano circa tremilioni e mezzo.

Anche volendo assumere questo costo come equivalente rispetto ad altri Paesi, è sotto gli occhi di tutti che la qualità dei nostri servizi dello Stato, sia clamorosamente inferiore. Inoltre, sono da aggiungere i non pochi casi in cui il denaro pubblico, anche autorizzato da norme serpeggianti, paga lo stipendio del dipendente privato. Insomma, certa nostra burocrazia, abiurando ogni analisi oggettiva e seria, mette in campo dei “distinguo” che negano e camuffano anche l’evidenza più evidente.

Importante paragrafo del vasto capitolo del cosiddetto “voto di scambio”, l’impiego pubblico è inconfutabilmente utilizzato dai partiti politici, anche per pilotare il voto. Detto paragrafo viene da lontano ed è una specie di brevetto chiamato “un voto uno stipendio”. I primi “diritti d’autore” furono incassati dalla politica comunista che, tra l’altro, all’insegna del famoso compromesso storico, soffiò l’alito della corruzione sulla schiena dei democristiani della seconda era, tutt’altro che sturziani o degasperiani.

Sono decenni che la nostra Repubblica incrementa ogni burocrazia e “inventa” enti, per accogliere un esercito sempre maggiore di nuovi addetti; basti ricordare certe elezioni regionali e relativi presidenti.  Nei decenni, i partiti politici sono diventati dei particolari uffici di collocamento e, dal connivente presidente di questa o quell’amministrazione, al consigliere, al passa timbri e sigilli, al capo tecnico, al bidello, alla guardia forestale e quant’altro, con annessi, connessi, familiari e conoscenti … ecco creata una cuccagna per pilotare tutto, voto compreso.

Certa comunella tra politici e pubblici impiegati è lapalissiana e il giro di quattrini e privilegi che ne deriva, porta orde di elettori al soldo di mille corruzioni.