Sanremo, festival “okkupato”

Sarebbe facilissimo riassumere la sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo parlando dei dati di ascolto (calati), dei conduttori (ansiosi), dei meme satirici e dei commenti ingrati dei telespettatori comparsi sui social (infiniti). Altrettanto facile sarebbe bollare la canzone vincitrice come orrenda, nella musica, nel testo e nell’interpretazione, almeno a detta di chi grida vendetta per conto della immensa Loredana Bertè esclusa dal podio. Ebbene, non lo faremo.

Il Festival di Sanremo è come la festa in maschera con le castagnole a Carnevale: ai bambini non puoi non farla, è tradizione, così come del Festival non puoi proprio non parlare anche se non l’hai visto ma magari l’hai solo sentito o vissuto tramite le impressioni degli amici o guardato in streaming tagliato e montato, a conferma dell’ipotesi che sarebbe ora di registrarlo e editarlo in post produzione invece di tirare il collo fino all’una di notte senza alcun senso.

Quello che più di tutto ha fatto discutere è stato il vincitore, tale Alessandro Mahmod in arte Mahmood, uno di quei giovanotti vestiti male e con lo sguardo truce che se lo incontri nell’androne del palazzo alle due notte un po’ di diffidenza di questi tempi te la fa. Si è parlato molto del fatto che sia italiano, ma se è italiano, perché dite che è italo-egiziano? Le radici sono importanti ma se uno nasce in Italia da un genitore italiano e uno straniero è italiano. O almeno questa è la tesi che taluni propugnano e altri avversano.

Il ragazzo per molti è sconosciuto ma vanta collaborazioni importanti, ha fatto parte della scuderia di X Factor, ha già realizzato un singolo in inglese con un noto produttore discografico, ha vinto il concorso Area Sanremo e partecipato a Sanremo Giovani 2016, ha inciso un altro singolo nel 2017 e, toh, guarda tu il caso, ha un album di inediti caldo caldo in uscita nel 2019. Potenza delle case discografiche? Sembrerebbe, visto che questo Mahmood ha vinto anche il premio Enzo Jannacci di NuovoImaie. Insomma è un neofita ma ha le spalle ben coperte. Chi si è fatto abbindolare dal ribaltone del voto popolare operato dalla giuria di qualità non ha ancora ben capito come funzionano sia le votazioni da casa (che sono a pagamento e che le agenzie e i gruppi d’ascolto comprano in massa) sia le giurie cosiddette “di qualità”.

Nel caso di specie la giuria di qualità era formata da: Mauro Pagani (strumentista e produttore di area sinistra), Ferzan Ozpetek (cineasta proletar-chic), Camila Razovic (immane simpatia di sinistra), Claudia Pandolfi (attrice schierata a sinistra se no in Italia non lavori), Elena Sofia Ricci, Beppe Severgnini, Serena Dandini e Joe Bastianich... C’è bisogno di spiegare per ognuno da che parte ragionano? Dalla parte cuore, direbbero.

E poi i soliti noti dell’intellighenzia del festival più “okkupato” della storia hanno attaccato con la solfa propagandista e trionfalistica: “Ha vinto la musica!” Benissimo, ma dove? La canzone vincitrice è una pseudo ballata monocorde, arrabbiata, parlata e nemmeno cantata. “Hanno vinto le speranze di tanti”. Ancora meglio, ma chi? Sottinteso: immigrati, stranieri, italiani di origini straniere che stentano a integrarsi e ad essere accettati da una società patriarcale, fortemente identitaria e nazionalista che fatica a diventare multiculturale come quella italiana.

Hanno vinto anche le polemiche, del tipo: “ma basta, la buttate in politica anche quando si parla di musica” e la strumentalizzazione insensata dell’accostare Salvini al vincitore morale Ultimo. Su una cosa sono tutti più o meno concordi: la bellezza del testo di Simone Cristicchi, che, non per niente, Alda Merini chiese di poter conoscere di persona. E vedrete che le radio premieranno Nino d’Angelo e Livio Cori, perché la canzone napoletana è un patrimonio veramente musicale, veramente culturale e veramente intramontabile anche riarrangiata in chiave rap, trap, e pure hard rock.

A detta dello stesso vincitore la sua musica può essere definita “Marocco pop”, per questo quello che noi , tutti, dovremmo domandarci, e non solo Salvini, è perché al festival della canzone italiana - e sottolineo italiana - debba vincere o sia stato fatto vincere il “Marocco pop”, con tanto di testo in arabo, visto che siamo ancora italiani in Italia e non marocchini in Marocco. Vi pare?