Nel ricordo del ceto medio

Nella seconda metà degli anni Novanta dello scorso millennio (“regnante” Romano Prodi: con l’onorevole Fausto Bertinotti che faceva il Salvini di turno), iniziò l’opera di dissoluzione del ceto medio italiano, una creatura sociale della Democrazia cristiana che ormai è in via di trapasso.

Parlo di quella sorta di “cuscino sociale” che si frapponeva tra il ricco e il povero: rendendo di fatto preclusa a quest’ultimo la possibilità di scrutare - complice anche una tivù non ancora “grande fratellizzata” - gli sprechi ed i vezzi, talvolta moralmente discutibili, di una classe agiata, molto agiata, che viveva “al top” della scala economica e sociale italiana.

Così, con una politica non ancora del tutto estremizzata nelle poche figure di riferimento leaderistico (l’Uomo-Partito, o il Partito-Uomo?), il Belpaese viveva relativamente rilassato anche perché era capace sempre di ritrovare uno spirito comunitario unitario di fronte alle estreme difficoltà.

Poi, complice la crisi economica globale, la velocizzazione delle comunicazioni in un mondo sempre più interconnesso e libero anche dal punto di vista dell’etica morale, sempre più condizionato dal personalismo esasperato (“io contro tutti”), la stessa dialettica politica - che, a ben guardare, è lo specchio fedele dell’Italia - ha assunto toni e modalità di confronto assai esasperati, sempre da ultima spiaggia.

Non si riuscì a correggere - semmai ne fosse stato compreso il vero pericolo - un danno sociale che, di fatto, via via, si stava bipolarizzando nella rappresentazione “o sei ricco, o sei un povero derelitto e mi dai pure fastidio”.

Invece, anche dal punto di vista identitario locale, la nostra penisola si articola con molteplici dialetti locali, in multiformi espressioni di creatività economica, in moltissime ricchezze monumentali, in tante sensibilità umane e sociali, che solo una abile e cauta opera di composizione politica può indirizzare con continuità.

Oggi, al contrario, prevalgono l’incomunicabilità e lo scontro, che obbligano le Istituzioni democratiche a ripartire sempre daccapo, in una opera di “reset e riavvio” (per usare una terminologia “2.0”) che non promette nulla di buono. Laddove coloro i quali ragionano pacatamente sono archiviati quali “vecchie espressioni di un passato che non tornerà più, perché il popolo non lo vuole “.

Di un passato che, però, ha lasciato una consistente eredità (economica e di credibilità) ai propri figli, grazie a cui - per fortuna - possono trascinarsi ancora avanti.