Il nostro Ssn è in buona salute? ne parla Massetti

È stata da poco pubblicata la classifica Bloomberg Health Care Efficiency, che calcola l’indice che misura il rapporto tra la spesa per la sanità e l’aspettativa di vita di 56 Paesi sulla base dei dati ricavati dalla Banca Mondiale, Oms, Nazioni Unite e dal Fondo monetario internazionale, su quali sono i sistemi sanitari più efficienti al mondo. Il nostro Paese si è piazzato al 4° posto, primi Hong Kong, Singapore e Spagna, guadagnando così due posizioni rispetto alla precedente edizione. Qualche dato sparso per compiacerci di più della nostra attuale situazione: la Francia al 13° posto, il Regno Unito al 35°, la Germania al 45° e gli Usa al 54°.

Il Sistema sanitario nazionale (Ssn) italiano, istituito nel 1978 per fornire copertura sanitaria a tutti i cittadini è stato concepito e basato su tre elementi fondamentali: il governo centrale, i 20 governi regionali e le Aziende sanitarie locali (Asl) con i suoi ospedali. In particolare, uno dei principi fondanti del Ssn è che l’assistenza sanitaria deve essere gratuita su tutto il territorio, facendo sì che tutti i cittadini possano usufruire di parità di accesso, a prescindere quindi dal proprio reddito personale o dal luogo in cui risiedono. Nel 2012 Mario Monti disse “la sostenibilità del Ssn potrebbe non essere garantita” facendoci tremare i polsi, e ancora oggi la politica sanitaria affronta problematiche di sostenibilità riguardo ad innovazione, liste d’attesa, ad aspetti farmacologici e tecnologici poiché abbiamo obiettivi problemi economici, ai bisogni reali delle fasce più deboli (quelli veramente deboli), e insomma i polsi continuano a tremare. Affrontiamo il tema con un luminare della cardiochirurgia, il professor Massimo Massetti, che ha trascorso in Francia oltre venti anni, continua a girare il mondo perché per la sua attività di ricerca e l’impiego di soluzioni chirurgiche e tecnologiche innovative nei trapianti di cuore. È tornato nel nostro Paese per dirigere l’Area Cardiovascolare e della Cardiochirurgia della Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma, titolare della Cattedra di Cardiochirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Quanto durerà? È a rischio il benessere della nostra buona sanità?

Parlare di sanità oggi non è solo un tema di attualità ma anche di preoccupazione perché, come tutti intuiscono, il Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) inteso come copertura universale, sta attraversando un periodo difficile, nel senso che non è più sostenibile: i costi della tecnologia e del funzionamento delle strutture sanitarie da una parte e dall’altra l’epidemiologia, la popolazione che invecchia, che ha necessità sempre maggiori di cure, ha portato ad una spirale che sul piano economico va ad un esaurimento delle risorse destinate alla sanità, per cui oggi curarsi con il Ssn non solo è difficile ma è un vero percorso per combattenti. Sono sotto gli occhi di tutti le liste di attesa chilometriche, l’impossibilità di accedere alla sanità di primo soccorso. I pronto soccorso di tutti i grandi ospedali sono congestionati e quando qualcuno ha bisogno per una emergenza passa delle giornate intere, per non dire numerosi giorni, prima di poter accedere ad un percorso di cure. In tutto questo chiaramente la burocrazia e coloro che sono deputati a gestire la sanità devono trovare i margini per assicurare il minimo necessario, per cui si procede sempre più a fare dei tagli continui sul personale medico ed infermieristico, sul materiale, la strumentazione. Non voglio descrivere un quadro apocalittico ma sto descrivendo una spirale che lentamente sta portando alla progressiva perdita della possibilità di curarsi da parte del cittadino comune. Cosa succede, che in queste situazioni le persone che possono permetterselo fanno ricorso alla sanità privata, che è una soluzione, perché in tempi brevi possono accedere a degli esami diagnostici, organizzare un ricovero, realizzare delle cure, degli interventi chirurgici, ma tutto questo ha un costo e soprattutto solo una piccola parte della popolazione si può permettere di accedere a questi servizi con l’assistenza privata. Sia per l’assistenza assicurativa, per chi ha complementari oppure per chi paga personalmente, sempre ancor più piccola parte della popolazione.

Ma si dice che la sanità dell’Italia sia fra le migliori del mondo. Allora in che termini?

Sicuramente lo è. Quando si affermano queste cose si pensa alle competenze dei medici, del personale e alle tecnologie dove non siamo secondi a nessuno. Quando si va a vedere l’accesso a questi percorsi di cura ci si incastra con queste problematiche di cui abbiamo parlato.

Ma c’è una soluzione a tutto questo?

E’ possibile invertire la tendenza, migliorare la situazione della sanità a livello nazionale, se si agisce sull’organizzazione. L’organizzazione è sempre stata basata sull’organizzazione ospedaliera, privilegiando le grandi strutture con la costruzione di policlinici organizzati sul sapere, si sono creati dei reparti sempre più specializzati dove le competenze sono state sempre più performanti. Però d’altra parte questo ha portato ad una frammentazione del sapere e il paziente per accedere a questo o a quel trattamento deve recarsi da più specialisti diversi in luoghi diversi, cioè quello che descrivo è l’organizzazione storica del passato della sanità organizzata sugli ospedali e le strutture sanitarie, ma non sulla centralità del paziente e sul problema di salute del paziente. Quindi una delle vie interessanti che ci permetterebbe di razionalizzare le risorse, per ottimizzare e mettere in sinergia le competenze, è quella di riorganizzare il percorso di cura per i problemi di salute del paziente. Vuol dire che bisogna sviluppare modelli di sanità multidisciplinare, bisogna creare delle sinergie tra le specialistiche, organizzare gli ospedali per intensità di cure, attraverso la costruzione di veri percorsi clinici, che quindi non tengano all’appartenenza di questo o quel reparto, ma all’esigenza di cure di quel paziente.

I cittadini che vanno al pronto soccorso per cercare un medico, attendono ore, giorni, hanno perso la fiducia e il rispetto nella figura del medico, che spesso sfocia in aggressività. Gli episodi di violenza, anche molto gravi, sono talmente tanti ogni giorno che si è reso necessario fare un provvedimento di legge.

Con la riduzione delle risorse si sono privilegiate le strutture con i reparti polispecialistici e si è causato l’impoverimento della sanità sul territorio. Territorio inteso come medicina generale o le strutture di periferia che hanno perso la capacità di esercitare quel ruolo fondamentale di presidio. Quello che dicevo sulle lunghe liste di attesa e dell’incapacità del Ssn di dare risposte ai problemi di salute del cittadino, ha portato rapidamente all’incapacità di curare il paziente direttamente nel territorio. Questo cosa vuol dire, che un medico di medicina generale che lavora in un presidio di periferia avendo la necessità di fare una tac o un esame più specialistico e non avendo la possibilità di farlo in tempi brevi deve inviare il paziente al pronto soccorso, e qui c’è questo afflusso incontrollato e scoordinato di pazienti. Andare al pronto soccorso oggi è come andare al fronte in prima linea. Da qui nasce la conflittualità, la tensione, lo stress, che portano a questi fenomeni di aggressività, di insoddisfazione del cittadino nei confronti del personale che lo cura. Non è una rottura di patto, di alleanza fra medici e pazienti, è semplicemente l’effetto di una disorganizzazione completa della sanità del territorio che non ha altra soluzione che far confluire i cittadini nei grossi ospedali, nei policlinici, che di fatto si ritrovano completamente incapaci di affrontare questo grosso flusso di pazienti.

La proposta del dottor Biagio Papotto, segretario nazionale della Cisl Medici che chiede attivamente alle aziende di proporsi parte civile quando un loro operatore viene aggredito da un paziente o da un parente, nello svolgimento delle sue funzioni, lei come lo vede?

È una dinamica molto complessa che sicuramente necessita di approfondimento. Sono d’accordo, ma ripartirei dalle cause. Se noi vogliamo far fronte a questa situazione di deriva civile fra persone che hanno ruoli differenti, chi cura e chi è curato, chi ha bisogno e chi invece dà risorse per aiutare, il problema bisogna affrontarlo alla base. L’ospedale dev’essere costruito intorno a chi è curato e a chi cura, e dev’essere partner di chi ci lavora quando questi è in difficoltà, ma non dobbiamo costruire ospedali efficienti e adattare il medico ai percorsi di cura. È assolutamente l’inverso.

Quindi vede il potenziamento della medicina sul territorio come una soluzione?

Abbiamo bisogno di trovare nuove ricette, più adatte e che siano anche compatibili con l’epidemiologia. Se noi oggi abbiamo una parte della popolazione attiva che diminuisce continuamente, è inutile pensare che questi possono essere i contribuenti di una sanità che è sempre più in crescita. Dobbiamo trovare delle forme di partnership con sistemi assicurativi, ripartirei dalla riorganizzazione del territorio dove trovare delle soluzioni ai grandi problemi della sanità. Incominciamo a ridare fiato ed energia alla medicina del territorio che è in contatto con i cittadini, rinforziamo i presìdi ospedalieri che sono di prossimità, chiudiamo gli ospedali che non servono a nulla, rinforziamo i grossi policlinici, i grossi centri che rappresentano il punto di arrivo per le grandi patologie. Ebbene costruendo questa rete, una rete gerarchica ma che va anche in una forma molto capillare, in pochi anni riusciremmo ad invertire la rotta, per cui il cittadino al problema di salute che si trova lontano da un grosso centro può trovare la soluzione per la sua cura anche senza spostarsi e aspettare mesi per fare un esame banale. In queste differenti azioni, trovando le coperture economiche finanziarie, riorganizzando la sanità partendo dal territorio, con queste piccole ricette e mettendo la buona volontà di tutti, dei cittadini, degli operatori sanitari, dei politici, di chi governa questo paese, penso che piano piano si possa risalire la china.

@vanessaseffer