Il Papa punta l’indice contro il successo, il potere e il denaro

“Successo, potere e denaro. Questi sono i grandi idoli: successo potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! Ecco che cos’è il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano. Perché l’idolo sempre schiavizza”. Papa Francesco, nella seconda udienza generale dopo la pausa di luglio, ha dedicato nuovamente la sua riflessione all’idolatria, nel ciclo di catechesi sui Comandamenti. E ancora una volta le sue parole suono risuonate come un forte monito. “C’è il fascino, e tu vai. Quel fascino del serpente che guarda l’uccellino, e l’uccellino rimane senza potersi muovere, e il serpente lo prende”, ha avvertito, parlando ai circa settemila fedeli riuniti nella Sala Nervi. Tra loro anche uno che “idolo” lo è stato realmente, la rockstar britannica Sting, presente oggi all’udienza del Papa con la moglie Trudie Styler.

Francesco ha preso spunto “dall’idolo per eccellenza, il vitello d’oro”. Un episodio biblico, ha spiegato, che “ha un preciso contesto”, il deserto, “luogo dove regnano la precarietà e l’insicurezza, dove mancano acqua, cibo e riparo”. Quindi “un’immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili”. È tale insicurezza a generare nell’uomo “ansie primarie”, elencate anche da Gesù nel Vangelo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. E mentre Mosè si attarda a scendere dal monte, è qui che si innesca il meccanismo dell’idolatria. “Manca il punto di riferimento, la guida rassicurante, e ciò diventa insostenibile. Allora il popolo chiede un dio visibile, questo è il tranello in cui cade il popolo, per potersi identificare e orientare”. Il popolo che dice ad Aronne “fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!” equivale al dire “facci un capo, facci un leader”, ha ricordato Bergoglio, spiegando che “la natura umana, per sfuggire alla precarietà, cerca una religione ‘fai-da-te’: se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura”. E siccome “gli idoli ‘hanno bocca ma non parlano’“, capiamo allora che “l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani”. Il vitello d’oro, tra l’altro, aveva “un senso duplice nel vicino oriente antico: da una parte rappresentava fecondità e abbondanza, e dall’altra energia e forza. Ma anzitutto è d’oro, perciò è simbolo di ricchezza”. Appunto, “successo, potere e denaro”. Tutto comunque “nasce dall’incapacità di confidare soprattutto in Dio, di riporre in Lui le nostre sicurezze, di lasciare che sia Lui a dare vera profondità ai desideri del nostro cuore”, mentre “fare riferimento a Dio ci fa forti anche nell’incertezza e nella precarietà”. Questo, ha ribadito il Papa, permette di sostenere anche la debolezza, l’incertezza e la precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni”. E se “liberare il popolo dall’Egitto a Dio non è costato tanto lavoro, lo ha fatto come segno di potenza, di amore”, per Francesco “il grande lavoro di Dio è stato togliere l’Egitto dal cuore del popolo, cioè togliere l’idolatria dal cuore del popolo. Dio continua ancora a lavorare per toglierla dai nostri cuori. Questo è il grande lavoro di Dio: togliere ‘quell’Egitto’ che noi portiamo dentro, che è il fascino dell’idolatria”.

In conclusione, “riconoscere la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte”. “La libertà dell’uomo - ha aggiunto il Pontefice - nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. Questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore”.