Agorà estate o Telekabul?

A guardare i canali di informazione nazionali, pubblici e privati, dai telegiornali al resto del poco intrattenimento estivo, ultimamente poteva essere sembrato ai più che con l’avvento dell’Era Salvini gli sbarchi di immigrati clandestini fossero al capolinea, che le Ong dovessero levare l’ancora dai nostri mari, che i tentativi di orientare le coscienze all’accoglientismo umanitario puro fossero definitivamente decaduti in favore dell’acquisizione – auspicabilissima – di un maggior peso sui tavoli internazionali riguardo alla gestione del Mare Nostrum. E invece no. Perché sia i migranti che le Ong sono sbarcati su Rai 3, più precisamente ad “Agorà estate”. La nuova edizione estiva, condotta da Monica Giandotti, la settimana scorsa per tre giorni di fila ha intrattenuto i telespettatori parlando di migranti come se non ci fosse che questo tema al centro della politica della settimana.

Forse il comitato etico e ideologico della perduta Telekabul si è riunito in segreto, non più a Botteghe Oscure ma magari al baraccio di via Teulada o su qualche bella terrazza ai Parioli con dress code rigorosamente in maglietta rossa, ed è tutto dentro Agorà Estate. Sorge quindi il dubbio che, non trovando più spazio sui social, che ormai fanno opinione tanto e più della tv e della carta stampata, o quantomeno le fanno da cassa di risonanza, l’intellighenzia che si offende se la si chiama radical chic, si sta organizzando a resistere come Strurmtruppen nella terza rete Rai: gli Avengers italici degli ultimi, dei poveri e dei senza voce, hanno trovato, o ritrovato, il loro megafono mediatico.

Com’era prima e come sempre sarà insomma, con buona pace di Vico. Bene, consapevoli di questo riavvento, per giorni gli ospiti di Agorà disquisivano di migranti, i servizi in collegamento mostravano soluzioni varie di e per migranti, i vip, interpellati per quelli che nel cinema verrebbero chiamati dei “cameo”, ci educavano sui migranti. In principio apparve Al Bano, in tutta la su taumaturgica essenza, poi fu la volta dei componimenti melodici di Nino Frassica e i suoi 366 delfini impigliati nelle reti delle spadare romanticamente paragonati ai migranti in mare e, infine, venne l’apoteosi del gattamortismo teatrale – rigorosamente struccato – di Monica Guerritore a declamare, con la velocità con cui si legge una fiaba ai bambini, il diritto degli intellettuali a rifiutare l’abominio del pensiero salviniano e a ricordarci che dobbiamo guardare alle persone e non, parafrasando, al “fenomeno da barcone”. Perché i sovranisti, teme lei come solo avrebbe potuto Sandro Curzi, sono al soldo di Trump e di Putin.

Fin qui, nulla di male, se non fosse che ci siamo dovuti anche guardare Al Bano versione arredo da giardino, bollito dall’afa di luglio e di bianco vestito come In un giorno da Dio, corredato di immancabile paglierino Panama, seggiolone in vimini e sudore gocciante, che dalla frescura del suo patio ci faceva lezione di umanità e citava nientemeno che Kennedy. E, non pago, discettava di diritto internazionale, pubblico, privato e comparato, o qualcosa di simile, in un suo personale sunto riso e cozze, ipotizzando anche una prossima invasione da parte della Cina o della Russia. Il caldo. Lui però lo perdoniamo, perché Al Bano in una trasmissione Rai, per la quale riformismo e rinnovamento, anche del parco ospiti, sono brutte parole da non far sentire ai bambini, per di più a luglio, è come il posacenere sbeccato del tresette dei vecchi a Bitonto: non può mancare. A qualsiasi ora, in qualsiasi programma, purché, ciclicamente, lo si faccia parlare. E anche straparlare.

Più difficile sopportare il tono ossequioso della conduttrice che passa da allieva di Michele Santoro che ha fatto bene tutti i compiti (che la volpe grigia le sceglie e le forma tutte con lo stampino) e sentenzia puntuta con tono serio e troppo impostato sull’ormai superatissimo stile gruberiano con gli ospiti in studio, a una posa da agnellino seduto e adorante con i “big”. Brava, bella, ma non simpatica, o quantomeno con poco di suo, comunicativamente parlando. Ma d’altronde non è obbligatorio. Lascia anche piuttosto perplessi il fatto che in un programma di oltre un’ora ci sia un solo inviato, il bravissimo Daniele Cortese, nipote d’arte della “ragazza rossa” Miriam Mafai, ad annoiarci con più collegamenti sbrodolati a riempire. E che con il suo prepotente accento capitolino porta nelle case di tutta Italia l’Urbe, che forse stona.

Così come stona la percezione impercettibile delle scaramucce per i secondi di parlato in più tra lui e la conduttrice. Cose tristi, da Corrida di Corrado. Belli i filmati, anche se con immagini prese da altri programmi o di qualità discutibile e però lunghissimi, che nel frattempo li tieni in sottofondo e spicci casa proprio. Tra gli ospiti la conversazione scorre e si segue facilmente, ma è piatta, se c’è contraddittorio non è mai portato a compimento perché la conduttrice frena e interrompe o dice la sua non appena i discorso si fa interessante. Insomma la domatrice non lascia scannare i leoni e se lo fa è per leggere il copione sul tavolo. Almeno non la inquadrassero. Ma leggere il telegiornale o avere un piglio non è una conduzione e quindi aspettiamo. Poi in studio c’è un altro figuro che non si capisce bene che ruolo abbia, e anche lì attendiamo lumi.

Nel complesso, un’ora e mezza che scorre lentissima (come se non fossero bastate tre puntate sullo stesso tema). Ma, finalmente, la signora Guerritore ci ha anche illuminati sul fatto che “parlare di attori e attrici che esprimono il loro libero pensiero di intellettuali come di nani e ballerine”, riferito al fatto che la rivista Rolling Stone nei giorni scorsi abbia fatto un papocchio mediatico con la sua infelice uscita arcobaleno e che gli artisti che vi hanno aderito siano stati linciati sul web, “è offensivo per chi lo scrive”.

Insomma: stando a quanto visto su Agorà Estate, gli intellettuali e gli artisti, i residuati post bellici della sinistra in disintegrazione, sono ufficialmente diventati la voce mediatica delle organizzazioni non governative pro migrazioni di massa. Sulla terza rete di Stato. Resta in verità da capire se certe dichiarazioni “intellettuali” aiutino la causa o la affossino. E, a proposito di consapevolezza, alla conduttrice, che in quanto giornalista non può non sapere, anche l’inglese, è sfuggito che il giornale della discordia si chiami Rolling Stone, e non Rolling Stones con la s finale come l’ ha chiamato lei, che quelli sarebbero un’altra cosa. Nessun nano, nessuna ballerina quindi, solo classica penuria tivvù estiva, novizi, artisti intellettuali a ruota libera che ipotizzano invasioni e “gomblotti” internazionali. Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini.