Un mattone con scritto sopra: “Ora basta”

martedì 13 febbraio 2018


Fare… “Opinione”. O meglio, “L’Opinione”. Ci prova Arturo Diaconale con il suo davvero partecipato e interessante evento “Abrogare il Codice degli appalti”, che si è svolto venerdì scorso all’Hotel Parco dei Principi di Roma. Secondo il professor Arturo Cancrini, è inevitabile riscrivere ex novo l’attuale Codice, data la comprovata inutilità di rivederne in parte solo alcuni istituti. E state pur sicuri che con lui concordano migliaia di dirigenti dello Stato, che impazziscono letteralmente per applicarne i principi! Dopo l’azzeramento dell’appalto integrato, la crisi per il settore imprenditoriale interessato si è fatta senza ritorno. Anche perché norme così complesse sono sospese operativamente in un limbo, se non sostanziate pragmaticamente dai relativi decreti attuativi. Soprattutto, a causa del fatto che l’Anac con i suoi regolamenti è in netto ritardo, avendone emanati (e per giunta in corso di revisione!) meno del 50 per cento di quelli previsti. Con l’effetto collaterale e particolarmente dannoso dell’instaurarsi del regime della disciplina provvisoria che, come dice il saggio, nel nostro Paese tende a farsi essa stessa definitiva peggiorando, se possibile, le cose.

Non essendo mai entrato a regime il Codice, accade che, a causa del progressivo dilatarsi del regime provvisorio, i responsabili dei lavori e del procedimento non sappiano più bene come procedere in assenza del Regolamento e delle linee guida! Paradossalmente, il Codice, nato per tutelare la concorrenza, fa in pratica esattamente il contrario dato che l’Anac agisce prevalentemente come autorità anticorruzione e, quindi, non è messa in grado di svolgere le funzioni effettivamente assegnatele dalla legge. Anche perché non è mai decollata la qualificazione delle stazioni appaltanti (che rimangono dell’ordine delle decine di migliaia di unità!), previsione che per entrare a regime necessità dei tempi lunghissimi di due-tre decenni. Tra l’altro, a proposito di “qualificazione”, le imprese si trovano sempre più spesso confrontate a protocolli di legalità che non consentono la partecipazione a quelle in cui gli amministratori siano intestatari di avvisi di garanzia. Si arriva quindi all’assurdo che un’impresa la quale abbia partecipato a una gara non può procedere al sub appalto nell’interesse dell’aggiudicatario. Impossibile, poi, proporre oggi progetti migliorativi all’appalto da parte dei privati: si ha la sensazione, a volte, che i bandi stessi siano, per così dire, “con fotografia” preformando la figura dell’aggiudicatario.  

Tra l’altro, non è mai avvenuto il recepimento entro il 2016 delle direttive comunitarie relative, sicché le Pubbliche amministrazioni nell’impossibilità di scegliere a chi affidare l’appalto con procedure negoziate sono costrette a ricorrere al sorteggio! Senza l’Ipa (indice appalti pubblici) si è talvolta costretti a risolvere il contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta. Per non parlare degli aspetti problematici del contenzioso (chi fa ricorso contro i bandi non può partecipare a quelli della stessa A. contro cui ricorre), o delle penali salate da pagare in caso di soccombenza.  E le cause di esclusione sono sempre più discrezionali: si fa morire un’azienda senza nemmeno una condanna in primo grado. Per di più, basta ora un semplice ritardo per non poter partecipare più alle gare d’appalto. Rimedi? Applicare tout court le direttive comunitarie.

Nella discussione sono poi intervenuti esponenti politici di primo piano, come il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, secondo cui la Direttiva appalti serviva a sostenere l’economia reale, puntando sugli aspetti microeconomici anziché su quelli macro. Accanto alla Direttiva sul Codice, però, c’era quella duale e indispensabile che imponeva alla Pubblica amministrazione di contenere i suoi pagamenti alle imprese entro i 30 giorni, cosa che continua a non avvenire dato che i debiti pregressi sono ancora insoluti al 60 per cento! Le 23mila e più imprese private europee sono i vasi sanguigni dell’economia continentale e le Direttive sugli appalti servono al rilancio della politica economica europea, e non per strangolare le Pubbliche amministrazioni. L’economia sociale di mercato è, infatti, la stella polare europea, dato che sostenere l’imprenditore è il solo modo di supportare lo sviluppo: si lotta contro la disoccupazione aiutando le imprese e risolvendo in tempi rapidi i contenziosi, in modo da porre i magistrati in condizione di compiere il loro dovere. Va rivisto il problema appalti e l’aspetto del recepimento, dato che in politica microeconomica la burocrazia può far fallire tutto il meccanismo. Le norme Ue debbono essere a sostegno dell’economia reale: con esse, dice Tajani, abbiamo riaffermato con forza il principio di reciprocità, soprattutto nei confronti dei concorrenti esteri.

Anche l’ex general manager della città di Milano, Stefano Parisi, ha sostenuto che l’Italia debba intraprendere un percorso di sviluppo e di rigenerazione urbana. Per questo, occorre riscrivere subito il Codice abolendo l’attuale, che contiene al suo interno errori strutturali immodificabili. Ma è necessario procedere altresì ad abolire l’Anac, perché la corruzione va combattuta con armi serie e non mediatiche e l’Agenzia, secondo Parisi, sta bloccando con le sue normative la Pubblica amministrazione, afflitta per di più da inutili sistemi di controllo di gestione concepiti da giuristi, e non da chi è in grado di dare un giudizio economico su quanto viene fatto. A tal punto che, oggi, la Pubblica amministrazione non sa giudicare il valore economico di una gara, né la durata corretta dell’esecuzione dell’opera, e tantomeno la qualità del servizio accessorio e delle manutenzioni. Esempio: la Asl Roma2 ha aggiudicato al massimo ribasso il trasporto disabili, trattandolo quindi come farebbe con l’acquisto di una partita di carta igienica. Questo, chiaramente, non può che contribuire a distruggere lo stato sociale del Paese. 

Parisi, pertanto, propone di trasferire le funzioni dell’Anac alla Corte dei Conti. Tanto più che non si possono aspettare 20 anni per prendere la decisione su di una infrastruttura nevralgica e assolutamente necessaria e urgente, come la costruzione del tratto autostradale Roma-Latina per ampliare la Pontina. Dobbiamo avere politici che non rubano e che sappiano chiamare le cose con il loro nome. Chi fa le norme? Il Parlamento? La Pubblica amministrazione? Cantone? Chi dunque? Fare in modo, in definitiva, che i dirigenti pubblici debbano poter decidere, rivedendo la questione della responsabilità amministrativa e di quella politica.


di Maurizio Guaitoli