Coronavirus: intervista a Marcello Veneziani

mercoledì 18 marzo 2020


L’Italia è stato il primo Paese in Europa a dichiarare off-limits l’intera Nazione. Per una volta siamo davvero un modello?

È prematuro dirlo, non conosciamo ancora gli effetti della nostra “terapia”; finora siamo stati un modello a rovescio, perché da noi il virus ha mietuto più vittime che in ogni altra parte del mondo, eccetto la Cina da cui è partito. Ma rischiamo di sorpassarla. E non riusciamo ancora a spiegarci perché proprio da noi prima e più di tutti gli altri, attribuendolo solo a vaghe ragioni di classificazione del morbo o di omertà altrui.

L’approccio italiano all’emergenza è stato, sulla falsariga della Cina, improntato ad una rigidità assoluta, con una severa compressione dei diritti e delle libertà individuali. Dove sta il punto di bilanciamento fra interesse pubblico e diritti individuali? Il rischio è una “dittatura sanitaria”, come lei sostiene?

Il rischio di una dittatura sanitaria non nasce semplicemente dalla restrizione delle libertà e dei diritti più elementari, come è accaduto in Italia, inquietante ma provvisoria; ma perché questa situazione mondiale può diventare una prova tecnica di dittatura sanitaria. Perché in una società globale, interdipendente e complessa come la nostra, e in una società che teme la morte e la malattia sopra ogni cosa e non ha sistemi culturali, religiosi, che siano in grado di bilanciare o addomesticare l’ossessione salutista, chi detiene il potere può usare emergenze sanitarie, paure reali o pilotate di contagi, per imporre qualsiasi cosa e sospendere la democrazia, il diritto di manifestare, il dissenso, e costringere agli arresti domiciliari un intero Paese.

La reazione degli italiani all’emergenza appare ispirata, perlopiù, a una responsabile compostezza e a un ritrovato orgoglio nazionale. Se lo aspettava?

Non so se si debba elogiare il senso di cittadinanza, di responsabilità e di appartenenza degli italiani o sottolineare che la paura, la necessità di salvarsi, la comprensione che è in gioco la salute e la vita propria e dei propri cari ha avuto la meglio su tutto. Mi piace pensare che sia un mix di responsabilità e autoconservazione. L’orgoglio nazionale lo lascerei in secondo piano, ma la percezione di sentirsi consorti, appartenenti ad uno stesso organismo, il corpo ferito dell’Italia, questo sì.

L’Europa ha chiuso le frontiere. L’Area Schengen non esiste più. Eppure la Commissione europea, nelle sue linee guida sulla gestione dell’emergenza, raccomanda di mantenere la libera circolazione e il funzionamento del mercato interno. Non crede che le scelte di chiusura degli stati siano dovute alla paura verso l’inconsistenza politica dell’Unione?

Beh, diciamo che si tratta di una sospensione e non di un’eliminazione definitiva; però resta il fatto che le frontiere, i confini sono diventati argini di sicurezza e di incolumità essenziali, dopo fiumi di retorica sulle società sconfinate, senza muri. Il fatto evidente e drammatico che si palesa ancora una volta è che difronte ai problemi della realtà, alle tragedie, ai disagi di un popolo, l’Europa è incapace di rappresentare, tutelare e promuovere la vita e la salvezza dei cittadini; dimostra ancora una volta di esser un club tecno-finanziario, monetario, ma senza alcuna capacità di incidere nella vita reale, oltreché politica, sociale, sanitaria, nella sicurezza dei popoli. Un fallimento continuo, a ogni evento, a ogni prova del fuoco.

Le parole della Lagarde, neo-presidente della Bce, sono frutto di impreparazione o espressione di un’Europa asservita agli interessi di Francia e Germania?

A mio parere non sono frutto di incompetenza ma di totale chiusura della mente alla vita reale dei popoli e di concentrazione esclusivo sull’assetto contabile degli Stati e della finanza mondiale. A questo poi si aggiunge una disparità di trattamento se in questione sono la Francia o la Germania, o l’Italia o la Grecia. Certo, con Mario Draghi non è accaduto, e parliamo di un uomo che pure considera preminente la sua appartenenza al mondo dell’economia e della finanza, non certo un patriota o un “populista”….

Una volta usciti dall’emergenza, ci sarà bisogno di ricostruire il tessuto sociale ed economico di questo Paese. Quali misure sono necessarie per risollevare l’Italia? Il provvedimento “Cura Italia” appare insufficiente. Quali responsabilità dovrà assumersi il centrodestra italiano?

Non sono in grado, anzi nessuno è in grado di dirlo. È un collasso, probabilmente sarà una catastrofe, gli effetti si accumuleranno a cascata e non se ne esce con la promessa dello Stato “pago tutto io”, mi faccio carico io, perché poi da qualche parte si dovrà compensare questo immane sforzo finanziario. Ma come sempre accade, l’attitudine migliore per affrontare questa tempesta è aspettarsi che possa essere un atto di rifondazione, di rigenerazione del sistema sociale, politico ed economico, e che la decadenza in atto possa trovare proprio nell’emergenza quelle energie che servono per invertire il corso del declino.

Per l’Europa siamo a un punto di non ritorno. L’emergenza ha dimostrato l’inconsistenza del progetto dell’Unione. Essa è sempre più la somma dei singoli interessi nazionali e non una loro sintesi: l’approccio intergovernativo prevale su quello sovranazionale, da sempre. Quali riforme sarebbero necessarie?

L’Europa ha necessità di rifondersi daccapo, e stavolta partendo dall’unità strategica, politica e culturale, pur nel rispetto delle diversità interne. Da tempo insisto sul tema di un sovranismo europeo, ovvero di un principio di sovranità che lascia spazi alle sovranità interne ma che all’esterno, ovvero rispetto al mondo, riesce ad avere una sua posizione omogenea, unitaria, sovrana in ordine alla difesa militare, alla sicurezza internazionale, ala politica estera extraeuropea, ai flussi migratori, al commercio mondiale e alla concorrenza extraeuropea, ecc. Si tratta cioè di rovesciare il guanto europeo, e trasformarla da struttura introversa, coattiva verso i suoi membri e inerme verso il mondo esterno, in una struttura estroversa, che garantisce le differenze nazionali e locali interne e invece si presenta coesa all’esterno e con una sola voce rispetto al resto del mondo. Sul piano economico trovo per esempio inconcepibile che l’Europa funzioni come una “livella” su realtà economiche e tessuti sociali diversi, e poi invece sia incapace di armonizzare per esempio i sistemi fiscali e pensionistici al suo interno, così che ci sono paesi strozzati dalla pressione fiscale come il nostro, e paesi dove è lieve il prelievo. Una follia. E poi ci chiedono di rispettare i parametri…


di Alberto Luppichini