Ancora sul 1992

“Buona parte di noi non può essere accompagnato in ufficio di pomeriggio da macchine blindate - come avviene la mattina - perché di pomeriggio è disponibile solo una macchina blindata, che evidentemente non può andare a raccogliere 4 colleghi”, dice Paolo Borsellino durante una deposizione alla Commissione antimafia a Palermo nel maggio del 1984. E prosegue: “Io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e torno a casa per le 21 o le 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà utilizzando la mia automobile, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera”.

Questo è il testo della registrazione audio attraverso cui la voce di Paolo Borsellino ritorna a farsi sentire e ci fa riflettere sulla giustizia e sulla realtà di oggi alla vigilia dell’anniversario della strage di Via d’Amelio, avvenuta il 19 Luglio 1992. Già ieri, nel mio articolo su Tangentopoli e Mani Pulite, ho raccontato qualcosa sul biennio 1992/1994. Oggi ritorno a parlare di quegli anni per parlare del presente e del futuro del nostro Paese.

Le parole di Borsellino, riportate qui sopra come incipit di questo pezzo, rappresentano uno dei documenti desecretati dalla Commissione Antimafia. Si tratta di una testimonianza importante perché evidenzia come, ancora nel 1984, quello delle scorta ai magistrati e dell’auto blindata fosse il segno di un isolamento sociale a cui i giudici si erano ritrovati vivendo in un contesto a loro ostile. Questa era la mafia nel 1984 e anche nel 1992. Oggi è diverso? Tornano le domande.

Che cos’è la mafia? Il significato etimologico della parola “mafia” sarebbe innanzitutto quello di “baldanza”, “orgoglio”, “eccellenza”. Secondo i dizionari attuali, il termine indica l’organizzazione criminale originaria della Sicilia occidentale, sorta nell’Ottocento, sotto il governo borbonico e diffusasi dopo l’Unità d’Italia, fino ad espandersi in gran parte del territorio nazionale e ad assumere – negli anni Trenta del secolo scorso – rilievo internazionale.

Moltissimi sono i riferimenti cinematografici che possono venire in mente se si pensa, per esempio, proprio agli anni ‘20 e ‘30 e al diffondersi della mafia negli Stati Uniti d’America: “Nemico pubblico”, “A qualcuno piace caldo”, “Il Padrino”, “Gli intoccabili”, “C’era una volta in America”. Tante sono le pellicole che raccontano e narrano quel periodo e quel fenomeno, in Italia come altrove. Si pensi, per quanto riguarda i film e le produzioni italiane a titoli come In nome della legge di Pietro Germi o Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Ciascuno di noi, infatti, ha in sé un proprio immaginario cinematografico che si sovrappone e si confonde, a tratti, con quello della cronaca, della storia, delle immagini in bianco e nero pubblicate sulla stampa.

Ma che cos’è la mafia? Anche il miglior film, che ci potrebbe aiutare a capire, in realtà, non riesce a spiegarci come stanno veramente le cose. In questo caso, possono essere indispensabili alcuni buoni libri sull’argomento come, ad esempio, “Cose di Cosa nostra” scritto da Giovanni Falcone. E non basta: è necessario, anche qui, rileggere Leonardo Sciascia, ricorrere alla letteratura italiana, ai romanzi. Eppure, anche queste letture non sono sufficienti. Sono, però, letture necessarie per capire. Certo, lo sappiamo, non saranno mai letture sufficienti per comprendere davvero la complessità del fenomeno. Quello che appare chiaro è che la mafia esercita un controllo parassitario su attività economiche e produttive come gli appalti edilizi o sui traffici illeciti come quello degli stupefacenti. Ma non basta. È necessario andare alla radice, guardare alle origini, approfondire la realtà storica in cui la mafia si è prima formata e, poi, prosperato. In tal senso, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia sosteneva di aver trovato “nell’elenco dei riconciliati dell’Atto di Fede celebrato a Palermo nel 1658, la parola ‘Maffia’ come soprannome di una fattucchiera: Catarina la Licatisa nomata ancor Maffia”.

Secondo gli studiosi della lingua, il temine dovrebbe essere apparso la prima volta nel 1863 nella commedia “I Mafiusi della Vicaria di Palermo”, dove un personaggio innominato, con le sembianze di un garibaldino, attua la redenzione dei malviventi rinchiusi nelle carceri palermitane. Il vocabolo “mafia” esisteva già prima della spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Lo stesso Leonardo Sciascia accenna al proclama che i mafiosi di Vicaria fecero nel 1860 dalle prigioni in cui erano detenuti raccomandando agli amici liberi di “comportarsi bene” e “che non commettessero furti, rapine e omicidi” affinché i Borboni non avessero modo di utilizzare eventuali atti criminali come scusa per incolpare la rivoluzione garibaldina di tali delitti. Insomma, l’origine della mafia è assai antica, ma il fenomeno si radicò in Sicilia soprattutto a partire dall’Unità d’Italia. Nel 1875, lo storico Villari, studiando il rapporto tra mafia, classi sociali, città e campagna, dichiarò che “il maggior numero dei delitti si commette da abitanti dei dintorni di Palermo”.

Il fenomeno si sviluppò, quindi, prima nelle zone più ricche. La mafia, in altre parole, ebbe origine non in zone caratterizzate d’arretratezza, ma in luoghi in cui c’erano più possibilità di sviluppo, di commercio, di denaro. Sfatiamo, allora, un luogo comune. E tanti altri sarebbero i luoghi comuni da sfatare e che ci impediscono di capire che cosa sia la mafia al di là degli stereotipi. Si dovrebbe ripartire dalla filologia, dalle origini, dalla storia. Per arrivare, poi, alla cronaca. Oppure viceversa: partire dalla cronaca per arrivare, andando a ritroso, fino alla radice più nascosta del problema.