Il Consiglio Ue approva direttiva sull’equilibrio tra lavoro e famiglia

Il percorso decisionale e normativo raggiunto nell’ultima riunione del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori” prende avvio da una proposta della Commissione europea presentata il 21 dicembre 2017. Successivamente, il 21 giugno 2018, il Consiglio adottava le proprie posizioni in merito, in base alle quali poi furono avviate le trattative di negoziato con il Parlamento europeo. Il primo accordo politico - tra la presidenza del Consiglio (in quel periodo a guida rumena) e il Parlamento europeo - fu raggiunto il 7 febbraio 2019, ulteriormente ratificato dalla seduta plenaria dell’Europarlamento il 16 aprile 2019.

Ma l’ultima tappa di questo importante provvedimento è di poche ore fa. A seguito dell’approvazione definitiva della “Direttiva per una maggiore trasparenza e prevedibilità sul lavoro” da parte del Consiglio, ora il testo è pronto per essere pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue. Dopodiché, gli Stati membri avranno tre anni di tempo per adottare le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva.

In particolare, la novella normativa introduce nuovi diritti minimi e nuove norme sulle informazioni da fornire ai lavoratori in merito alle loro condizioni di lavoro. Il suo obiettivo principale è, infatti, rispondere alle sfide del mercato del lavoro legate agli sviluppi demografici, organizzativi e tecnologici dell’attuale contesto sociale europeo. La direttiva si applicherà a tutte le persone che lavorano più di tre ore la settimana nel corso di quattro settimane (cioè più di 12 ore al mese) e prevede che i datori di lavoro informino i dipendenti, al più tardi entro sette giorni di calendario dal primo giorno di lavoro, in merito agli aspetti essenziali del rapporto di lavoro, quali le identità delle parti del rapporto di lavoro, il luogo di lavoro e la natura dell’impiego, oltre all’importo di base iniziale della retribuzione e la durata delle ferie retribuite. Ma anche la durata della giornata o della settimana di lavoro se l’organizzazione del lavoro è più flessibile, definendo al contempo il numero delle ore di retribuzione garantite.

Da punto di vista dei diritti, invece, la direttiva stabilisce che i lavoratori potranno, ad esempio, limitare il periodo di prova ad un massimo di sei mesi (con la concessione di periodi di durata superiore solo se questi sono nell’interesse del lavoratore o sono giustificati dalla natura dell’impiego), di chiedere, dopo aver prestato servizio almeno sei mesi con lo stesso datore di lavoro, un impiego con condizioni di lavoro più prevedibili e sicure, oppure di ricevere una formazione gratuita quando questa è prevista dalla legislazione dell’Unione o nazionale.

Ma la portata innovativa del testo appena approvato è probabilmente più sociale che normativa. Aver compreso come le nuove forme di lavoro siano sempre più diversificate e si traducano in nuovi accordi contrattuali ancorché in forme atipiche di occupazione, rappresenta uno slancio culturale di non poco conto. L’accesso al mercato del lavoro da parte di determinati gruppi di persone, fra cui quelle tradizionalmente più distanti dal mercato del lavoro, è ormai percepito come un contributo concreto all’inclusione sociale. Inoltre, offrire maggiore flessibilità e possibilità di migliorare l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, era un traguardo impensabile fino a qualche decennio or sono. Oltretutto aver maturato l’idea che l’incidenza di questi cambiamenti nell’organizzazione del lavoro potranno avere risonanze emotive sul benessere generale dei lavoratori, compresa la qualità del loro lavoro, nel contesto familiare, nonché sulla salute fisica e mentale, è un obiettivo sociale strategico, che racchiude un insieme di politiche attive, educative, del lavoro e del welfare invidiabili da altri contesti lavorativi internazionali.

L’Italia, dal canto suo, ha tre anni per potenziare, adeguare e rinforzare nella legislazione vigente le nuove misure di recepimento. Ma si sa, storicamente, nel nostro Paese intervenire in materia non è mai stato mai facile. Superate le stagioni conflittuali generate dalle lotte di classe, oggi gli ostacoli sono decisamente più burocratici che ideologici.