Per la sinistra mainstream esiste un capitalismo buono da bere

Il Capitale del XXI secolo? A Noi! Perché, poi, così è andata negli ultimi venti anni di questa sinistra globale che ha scelto i salotti buoni del politicamente corretto, convincendo i nuovi super ricchi a sposarne la causa in cambio della sua rinuncia alla lotta di classe.

Nel post Guerra Fredda si è insediato da tempo un inedito confronto in cui non si fanno prigionieri tra due orizzonti massonici ideali, tutti interni al liberalismo economico. Il primo è rappresentato dal fronte keynesiano rooselveltiano dell’intervento pubblico in macroeconomia (deficit spending e forti investimenti pubblici nelle infrastrutture per la creazione di posti di lavoro e nuova occupazione), sgradito alla sinistra attuale dei bilanci in ordine, ma responsabile in passato della spesa “allegra”! Il secondo dagli “animal spirits” del cannibalismo finanziario senza freni sul modello “The Wolf of Wall Street” fautori del nazipacifismo global di sinistra. Da qui come reazione nasce il sovranismo attuale con la sua controspinta internazionale (di cui il magnate Trump è l’alfiere mondiale) in favore del deficit spending, del rafforzamento della sovranità monetaria nazionale e del controllo dell’immigrazione di massa, che vede ovviamente contrari speculatori finanziari e sinistra mainstream.

La folle e inarrestabile corsa del capitalismo finanziario ha ucciso il senso e lo spirito di quello primigenio improntato al benessere diffuso, incardinato sulla produzione di beni reali e sulla crescita ragionevole dei consumi. In questo modello, la perequazione degli squilibri di reddito tra ricchi e poveri è esercitata dallo Stato, attraverso la fiscalità e la realizzazione pratica di un welfare condiviso che assicuri la tutela della salute, l’istruzione pubblica, il consumo ragionato del territorio e delle sue risorse, la libera partecipazione dei cittadini alla vita politica. La follia globalista di sinistra ha aperto il Wto a Paesi emergenti e giganteschi come la Cina, in assenza di adeguate contropartite sulla reciprocità dell’apertura dei loro mercati interni a merci, beni, servizi e circolazione dei lavoratori. In tal modo si sono favorite pratiche inaccettabili di dumping nello sfruttamento del lavoro, con impiego massivo di manodopera minorile e con scarso o nullo controllo sia sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, sia sull’impiego delle materie prime in campo di sofisticazione bioalimentare e di prodotti chimici tossici utilizzati nei processi industriali.

La crescita dei giganti asiatici è stata favorita dal furto della proprietà intellettuale e dalla fiscalità aggressiva per attirare capitali e delocalizzazioni industriali, che hanno prodotto il deserto e la ribellione sovranista (dalla quale si è, guarda caso, dissociata la sinistra occidentale!) nei Paesi industriali più colpiti. L’ostracismo dichiarato poi da Google e Microsoft (cioè dall’intelligenza creativa che ha radici in Occidente) nei confronti di Huawei ha fatto intendere a Pechino che il re è nudo. Qualora la Cina dovesse per ritorsione richiedere la restituzione in dollari dell’ingente quota di debito pubblico statunitense detenuta, allora avrà indietro solo moneta supersvalutata con la quale potrà acquistare solo la metà dei beni di prima della conversione rovinando se stessa e mezzo mondo, a causa del crollo dei prezzi delle materie prime! Ma l’America si salverà comunque, essendo autosufficiente per la produzione di energia e unica titolata all’emissione di dollari. Anche la minaccia di prosciugare la fornitura cinese di terre rare per la costruzione dei più sofisticati strumenti elettronici e digitali è un’arma a doppio taglio, perché potrebbe solo favorire il salto di qualità della ricerca occidentale fondamentale e applicata per sostituire quei componenti con altri materiali di più facile reperimento.

Tuttavia, anziché farsi le guerre commerciali il mondo sviluppato dovrebbe puntare molta parte delle sue risorse su biotecnologie e Piani Marshall che permettano a continenti depauperati e abbandonati, come Africa e America Latina, di disporre di efficienti reti infrastrutturali garantendo altresì a quelle popolazioni la sopravvivenza alimentare che sta alla base di qualunque sviluppo economico sostenibile.