De Vito: metafora del grillismo, metafora dell’Italia

Lo scrittore statunitense Paul Benjamin Auster scrive che “la verità della storia è nei dettagli”. Deve avere ragione perché, nella vicenda del primo arresto illustre per il Movimento 5Stelle, a colpire particolarmente la nostra attenzione è stata una foto, risalente al tempo degli arresti per “Mafia Capitale”, che ritrae l’intera rappresentanza grillina in Campidoglio, attuale Sindaca fieramente compresa, mostrare con ghigno vendicatorio le arance da recapitare metaforicamente agli incarcerati di allora.

Quella vicenda, ma soprattutto la sua rappresentazione mediatica, li portò in carrozza al potere capitolino, e non solo. Sarebbe facile oggi, di fronte all'arresto di Marcello De Vito, cedere alla tentazione del contrappasso.

In rete girano filmatini autopromozionali nei quali l’ormai ex presidente M5S del Consiglio comunale di Roma blatera di onestà e di manette (per gli altri) salvifiche; oggi qualche deputato grillino giunge ad affermare “nausea per la gogna mediatica” (da che pulpito!); soprattutto, l’ineffabile Di Maio, per la fregola di continuare ad apparire diverso, ricorre all’epurazione staliniana, senza accorgersi che, per questa via, l’unica diversità dei Cinque Stelle ad apparire plasticamente sta nell’essere un partito padronale gestito da una società di capitali (il disprezzo per lo stato di diritto, quello, l’hanno dimostrato da tempo); insomma, pruderebbero le mani pure al più scatenato fan di Beccaria.

Tuttavia, non cederemo alla tentazione, perché noi alla presunzione di non colpevolezza e, soprattutto, all'idea che l’agenda politica non debbano dettarla le Procure della Repubblica, ci crediamo davvero, non a giorni alterni, e non cambiamo idea di fronte ai, peraltro prevedibili, rovesci di fortuna di quattro bischeri che sulla sobillazione dell'italico rancore sociale hanno costruito le proprie fortune elettorali.

Una valutazione politica, tuttavia, ce la permettiamo. Questa vicenda è la metafora del grillismo. Dovevano moralizzare la "Kasta", come la chiamano loro, e sono più casta degli altri, più immorali di chi accusavano di essere senza moralità, anzi peggio, perché sanno che il carnevale sta finendo, tanto da dirsi, con la solita naïveté, "sfruttiamo la congiunzione astrale Marce', ci restano due anni". Metafora del grillismo, dicevo, ma pure di una intera nazione, sempre intenta a inseguire nuovi uomini del destino, ognuno col proprio carico di illusioni da spacciare come le perline dei conquistadores, pur di non fare i conti con sé stessa.

Eh già, perché in questa storiaccia da strapaese, è difficile non intravedere controluce quell’Italia che chiede al collega di timbrargli il cartellino “che c’ho da fa’ la spesa”, quell’Italia che “dotto’ senza fattura quanto me fa’ de’ sconto?”, quell’Italia che, in definitiva, non conosce diritti perché intende unicamente favori, e proprio per questo è sempre pronta a travestirsi da Torquemada quando c’è da dare la colpa agli altri dei guasti della Repubblica.

E allora, se esiste un pezzo di Paese a cui tutto questo fa ribrezzo, batta un colpo, ché è già tardi. Altrimenti teniamoci i De Vito e non ne parliamo più.