La salvezza della Gran Bretagna è un “hard Brexit”

L’Inghilterra è la “madre dei parlamenti” disse uno statista britannico del XIX secolo. Aveva ragione. Più di trenta Paesi oggi usano il “sistema di Westminster”, un modello legislativo che prende il nome dall’edificio che ospita il parlamento britannico. Il sistema di governo britannico è tutt’altro che perfetto ma non si può negare che abbia avuto successo. L’ultimo violento sconvolgimento politico della nazione avvenne durante la guerra civile, più di 350 anni fa. Da allora, la Gran Bretagna è sopravvissuta e ha prosperato mentre altri governi sono stati travolti da terremoti politici e sociali. A partire dalla Rivoluzione francese del 1789, ondate di sconvolgimenti spazzarono l’Europa. Caddero le monarchie in Austria, Francia, Germania, Grecia, Italia, Polonia, Portogallo, Romania e Russia. Nel XX secolo, la Gran Bretagna è stato quasi l’unico governo europeo a rimanere immune da comunismo e fascismo. Il sistema di governo britannico ha dimostrato una stabilità ineguagliata per cui nessuna meraviglia che molte ex colonie dell’impero britannico abbiano mantenuto una simile forma di governo anche dopo aver raggiunto l’indipendenza e che altre nazioni lo abbiano adottato.

Stante quanto sopra, confrontarsi con una Brexit e diventare ostaggio dell’Europa, è stata per la “madre dei parlamenti” un’umiliazione storica la cui colpa risale al primo ministro inglese John Major, che al tempo del Trattato di Maastricht non riuscì a dare un referendum ai britannici evitando loro l’entrata nel regno del caos. Come poteva un Paese con una lunga e orgogliosa storia di lotta per la sua sovranità, un Paese che aveva salvato l’Europa due volte, prima da Napoleone e poi da Hitler, farsi imporre leggi e regolamenti da una nomenklatura esterna? Una nazione che, a partire dalla guerra civile ha avuto come principio politico fondamentale il ripudio dell’assolutismo, come poteva rinunciare alla supremazia di un parlamento democraticamente eletto per sottomettersi a un governo centrale non democraticamente eletto? Questo poteva star bene a una Germania, Italia, Spagna, Francia, tutti Paesi con una tradizione di dittature, ma non alla Gran Bretagna per la quale la dottrina secondo cui non esiste un’autorità politica superiore alla Camera dei Comuni (il Parlamento) ha profondissime radici nella sua cultura politica.

Sono passati più di due anni e mezzo da quando, appunto, il Regno Unito (Gran Bretagna e Irlanda del Nord) ha votato per lasciare l’Unione europea e da quella data la maggior parte dei media, europeisti, ha alimentato un’aspettativa da apocalisse per i Brexiteers e il lavaggio del cervello è stato tale che nessuno si è mai dato la pena di verificare se era la Gran Bretagna ad aver bisogno dell’Unione europea o il contrario. Da quando la Gran Bretagna ha aderito all’Ue, il suo tasso di crescita è diminuito progressivamente. La Gran Bretagna Paese importatore, per mantenere la propria economia non ha bisogno dell’Europa mentre è l’Europa esportatrice ad averne bisogno, in particolare la Germania il cui principale mercato dell’auto è quello inglese. Fuori dalla Ue, Il Regno non più vincolato dalle regole Ue, sarebbe libero di fare accordi commerciali senza essere sottoposto al veto di ciascuno dei 27 stati membri e eventuali perdite con l’Unione sarebbero più che compensate dagli scambi con il resto del mondo. Infine non dovrebbe pagare il contributo annuale di 13 miliardi di sterline al bilancio dell’Ue contro sovvenzioni di 3 miliardi agli agricoltori. Ci sono 1,3 milioni di britannici nei Paesi Ue ma 3,7 milioni di europei in Gran Bretagna e dunque il coltello dalla parte del manico nelle negoziazioni l’aveva proprio il Regno Unito ma nonostante ciò Theresa May, il suo primo ministro, è capitolato sia di fronte a Bruxelles, sia al suo stesso parlamento che ha bocciato due volte le sue proposte di uscita troppo favorevoli alla Ue.

Il suo fallimento deriva dal non essersi accorta che l’Europa non ha mai avuto interesse a negoziare alcun tipo di accordo perché non era nel loro interesse farlo avendo l’intenzione, fin dall’inizio, di punire la Gran Bretagna per voler uscire dall’Unione e scoraggiare qualsiasi altro Paese dal farlo. Per cui dal giugno 2016 in poi si è assistito solo ad una pantomima di negoziato con la May che, facendo la spola tra Londra e Bruxelles, non si rendeva conto che non c’erano trattative con l’Europa perché stava negoziando solo con se stessa. Ogni sua proposta veniva regolarmente respinta senza controproposte costruttive in quanto scopo di Bruxelles era mantenere un clima di incertezza per spaventare i britannici con crollo dell’economia e ricattarli, con un “muro di Berlino” tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda (parte della Ue) in caso di separazione dal mercato unico.

Ora tutto è possibile… da una brutale rottura con la Ue a un rinvio della data dell’uscita per trovare un nuovo accordo; o, addirittura restare nella Ue tradendo il voto degli elettori britannici. Per cui, alla fine, la salvezza della Gran Bretagna sta solo in un “hard Brexit” con la rimozione unilaterale di tutte le tariffe per dimostrare al mondo che il libero commercio non ha bisogno di trattati. Proprio come fece nel diciannovesimo secolo. Forse questo è ciò che l’Europa teme di più, perché metterebbe in discussione il vantaggio di appartenere a un’unione doganale chiusa e, quindi, dell’esistenza dell’Europa stessa.