I partiti se ne son “partiti”

“L'abitudine è l'abitudine - diceva Mark Twain - e non si può sbatterla fuori della porta o buttarla giù dalla finestra; se mai, la si può sospingere giù per le scale, un gradino alla volta”.

Insomma, accompagnandola per mano, l’abitudine accetta più facilmente di cambiare. Essendo anche cultura, l’abitudine è intrinseca degli automatismi dell’esperienza, però, la linea che separa l’abitudine dalla fissazione è sottile e con la fissazione, l’evoluzione si ferma. Cosa sarebbe la vita, senza quel “divenire” di cui hanno scritto Aristotele e Platone? Lo stesso Parmenide, col suo “a volte è, a volte non è”, ha sottolineato la diversità tra l’abitudine che vuole essere dinamica e la fissazione che è invece statica.

Ma veniamo a noi. Cos’ è un partito politico? Ferdinand de Saussure, padre della linguistica moderna, definiva le parole come segni, cioè convenzioni. Per esempio, udendo la parola “cane”, si pensa al cane, ovvero all’accordo convenzionale su questa parola, ma se ciascuno descrivesse il cane al quale ha pensato, noteremmo che, tra grandi, piccoli, bianchi, neri, colorati, puri, randagi e di questa o di quella razza, ciascuno ha pensato a un cane diverso. In origine, senza risalire alla polis greca, ma solo alla nascita della nostra Repubblica, i padri costituenti intesero il partito politico come un mezzo atto a manifestare e conoscere l’istanza popolare, per tradurla dunque in azione istituzionale.

Per i primi decenni è stato così, ma è così anche adesso?

No; il partito pensato dai i padri costituenti era diverso, assai diverso dalla deturpazione che, giorno dopo giorno, ne hanno fatto i politici “moderni”. Pur tra differenti punti di vista e qualche “distinguo” cosiddetto ideologico, il partito di oggi è spesso “scalato” per usufruire delle prebende e del lusso indegno che i legislatori si sono “legiferati” negli ultimi decenni. Vi sono anni che pongono domande e altri che danno risposte; ma se gli anni che pongono domande diventano decenni, allora è in corso una crisi profonda la cui colpa è della politica che si è scollegata dalla società.

Che se ne dica, pur sbraitando “adesso basta”, il popolo italiano non ha ancora saputo porre rimedio a questa usurpazione. Il politico è una specie di “prestigiatore” che non puoi incastrare se non conosci i suoi trucchi; figuriamoci se può essere battuto da un popolo suggestionabile, impulsivo e talvolta anche fissato.

È bene non confondere la disonestà antropologica con la disonestà politica. Gli esseri umani, pur tentati dalla slealtà perché vivono una paura ancestrale e intrinseca, hanno dentro anche l'eleganza della sensibilità. Diventando vecchia e viziosa, la politica ha invece tolto ogni limite alla disonestà e si è dunque allontanata dal senso umano delle cose. L’augurio è che possa esistere ancora un partito degno e di vera "proprietà" popolare.