Crimi taglia fondi e il termine “giornalista”

Il termine “giornalista” non piace al sottosegretario grillino palermitano Vito Crimi con delega all’Editoria, diploma di maturità al liceo scientifico, iscritto al corso di laurea in Matematica, non completato. Preferisce parlare di “professionisti dell’informazione”.  Lo scontro al festival di Torino con il presidente dell’Ordine Carlo Verna e il leader piemontese Alberto Sinigaglia non è una buona premessa per una discussione serena e costruttiva ai prossimi “Stati generali dell’informazione e dell’editoria” promossi da Palazzo Chigi con tutte le categorie del settore. In tutto il mondo, lasciando da parte i differenti ordinamenti, è giornalista chi presta la propria opera, a livello professionale, nella redazione di un giornale, periodico, radio, televisione. La mania di cambiare tutto fa un brutto scherzo al politico che da tempo insiste sul concetto di “andare oltre l’Ordine, per farlo diventare qualcosa che non è più obbligatorio e quindi aprire la professione del giornalismo a chi è capace, a chi fa studi appositi, insomma liberare la professione”.

Una serie di parole-slogan di matrice politica che cozzano con la decisione presa di tagliare i fondi al settore e non aiutano ad affrontare i tanti punti critici del mondo dell’editoria. Tra l’altro, Crimi ha ricevuto il presidente degli editori Monti Riffeser, ma si rifiuta di incontrare i vertici della Fnsi. Che l’Ordine necessiti di essere riformato è una cosa nota e la categoria ha presentato molti studi sull’argomento di spettanza del Parlamento. La legge istitutiva, la n° 69 del 3 febbraio 1963, è stata elaborata da Guido Gonnella e approvata, dopo un lungo e travagliato iter parlamentare. L’attuale ordinamento disciplina organicamente i soggetti dell’attività giornalistica in presenza del fondamentale principio di libertà d’espressione garantita a tutti dall’articolo 21 della Costituzione. Uno dei punti centrali e più interessanti del sistema è l’organizzazione giuridica della professione giornalistica. Diritti e doveri, per tutti. Secondo lo studioso Carlo Gessa, “l’istituzione di un ente professionale di riferimento (elettivo e autonomo) progetta un modello di comportamento ottimale da seguire, definito deontologico”.

L’etica professionale è infatti la base del “buon professionista”, garanzia per i lettori e un dovere di correttezza. Si devono osservare regole di condotta morale per svolgere la professione, con l’aggiunta della scienza professionale che si apprende direttamente esercitando il mestiere o nelle scuole di giornalismo sempre più diffuse. L’esame di Stato previsto dall’Ordine dopo 18 mesi di praticantato o una laurea in giornalismo è la garanzia che la professione di giornalista verrà svolta in modo onesto, confacente a decoro, probità e dignità. Diverso dall’Ordine è il sindacato che non discende dalla legge ma è una libera associazione privata, garantita in base all’articolo 39 della Costituzione, oltre al principio costituzionale più generale di tutela della libertà d’associazione dei cittadini. Le continue esternazioni del sottosegretario all’Editoria mettono in salita l’approfondimento delle criticità del settore che sta attraversando anni di crisi, con riduzioni di posti di lavoro, diminuzione degli introiti dalla pubblicità, concorrenza sleale da parte di altri sistemi tecnologici di media. Il sottosegretario parte con il piede sbagliato dopo aver operato un drastico ridimensionamento dei fondi per l’editoria, mettendo a rischio gran parte dei giornali editi da cooperative di giornalisti e tipografi e quelli provinciali. Secondo i calcoli sono circa 10mila i posti di lavoro in pericolo.