Se vi è una certezza nell’elezione di Nicola Zingaretti a segretario del Pd, è quella della riapertura del secondo forno a favore dei grillini.

Insomma, con la vittoria di Zingaretti e lo sgretolamento di Matteo Renzi e dei renziani, unico argine all’alleanza con i pentastellati, il Partito Democratico torna a puntare ad una coalizione postcomunista, tutta a sinistra. Si tratta di un progetto che in questi anni è rimasto sospeso, questo va detto e riconosciuto, solo ed esclusivamente per l’avversione totale di Matteo Renzi e dei suoi. Del resto dopo il 4 marzo 2018 è noto alle cronache, quanto, molti, a partire da Sergio Mattarella, vedevano bene una santa alleanza, cattocomunista, postcomunista, fra grillini, Pd e compagnia cantante di sinistra. Se Renzi avesse ceduto, si sarebbe consumato uno scippo al centrodestra ancora peggiore di quello attuale, che almeno vede la Lega nell’Esecutivo. Dunque all’ex Premier su questo tanto di cappello.

Sia chiaro, la strada doveva essere diversa, quella di un governo di centrodestra, vero vincitore, appoggiato in Parlamento da un gruppo di parlamentari esterni e se Matteo Salvini non avesse abboccato sarebbe finita o così, o dopo il flop di Carlo Cottarelli, con un nuovo voto.

Sia come sia, allora pur di evitare che Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni guidassero il Paese appoggiati dall’esterno da qualche renziano che avrebbe spaccato il Pd si è posto il veto, e ci siamo ritrovati come ci ritroviamo. Ecco perché oggi, con l’elezione di Zingaretti e la dissoluzione dei renziani, nel Pd riprende vita il progetto “tutti a sinistra”. Insomma, i figliocci di Togliatti sono tornati, gli eredi del Pci-Pds-Ds-Pd riprendono il partito e la strada. Si tratta del più vecchio armamentario postcomunista che torna in campo, da Pier Luigi Bersani a Massimo D’Alema, da Walter Veltroni a Bettini, da Fassino ad Epifani e così via, insomma nulla è cambiato nello stile più classico del Gattopardo. In fondo bisogna dirlo, fra postcomunisti e cattocomunisti si intendono, insomma tra i grillini e gli eredi di Palmiro comunque declinati e camuffati c’è sintonia eccome, ecco perché non solo il forno riapre ma punta al governo.

Certò ci vorrà un po’ di tempo, perché Zingaretti dovrà prima cercare di spolpare un po’ di voti a Luigi Di Maio per invertire le proporzioni elettorali a favore del Pd, dopodiché da una posizione di forza procederà alla proposta d’alleanza di governo. Ecco perché diciamo che c’è puzza di bruciato, di ribaltone, di tradimento, ed ecco perché Salvini deve prendere subito una decisione prima che l’astuzia cattocomunista lo “fotta” e lo cucini bene. Del resto già dopo il 4 marzo Di Maio giocava sui due tavoli, sui due forni, figuriamoci ora che rischiano di non aver futuro, coi sondaggi che girano. È questo insomma il programma vero dietro le quinte, l’alternativa a Salvini ed a tutto il centrodestra, ecco perché perdere tempo oggi e con il vento in poppa, dal nord al sud in tutte le regioni, sarebbe demenziale e masochista.

Oggi il Paese vuole il centrodestra unito, si conferma ad ogni elezione, c’è una maggioranza netta fatta da Salvini, Meloni e Berlusconi, trascurarla e perdere l’occasione di annichilire la sinistra sarebbe imperdonabile. Uomo avvisato mezzo salvato, anzi Salvini.