Il mito di Fetonte applicato ai politici “fetenti”

Sarà stata peggiore la presunzione di guidare il carro del dio Sole o quella di presiedere un Governo senza neanche sapere da che parte iniziare? Un giorno i posteri potrebbero studiare e comparare l’insulsa parabola politica di Luigi Di Maio (e persino di Matteo Salvini) con il mito greco di Fetonte così come narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. Notoriamente il figlio di Febo, che da tempo immemorabile ogni giorno guidava il carro del Sole per fargli compiere il giro che porta il giorno e la notte in tutti gli angoli del mondo, era un complessato (come Di Maio) che torturava la madre Climene a proposito del suo essere o meno il figlio di cotanto padre. Finché la madre per convincerlo fa il primo errore e lo invita a chiederlo proprio al diretto interessato.

Il quale per rassicurarlo fa il secondo errore: promettergli “qualunque cosa” pur di convincerlo. E quel “qualunque cosa” presto si sostanzierà nell’unica che mai avrebbe dovuto o potuto promettergli: guidare quel carro del Sole che da tempo immemorabile lui e lui solo era in grado di condurre. E alla fine, come capita nelle migliori famiglie comprese quelle degli dei o dei semidei pagani, il padre non sa dire di no. Fetonte guiderà per un giorno il carro del Sole. Così come Di Maio (e Salvini) potrebbe guidare per una intera legislatura il governo dell’Italia.

I disastri sono analoghi. Queste le ultime raccomandazioni del padre Febo a Fetonte: Se almeno riesci a seguire i consigli di tuo padre, evita la frusta, figliolo, e serviti piuttosto delle briglie.Già tendono a correre: il difficile è frenare la loro foga. E non scegliere la via che incrocia tutte le cinque zone: c’è una pista che con ampia curva si snoda obliquamente nello spazio limitato di tre zone, senza toccare né il polo australe, né l’Orsa legata agli Aquiloni; seguila: vedrai con chiarezza i solchi delle ruote. E perché il cielo e la terra ricevano il giusto calore, in basso non spingere il cocchio e non lanciarlo oltre misura nell’etere: spostandoti troppo in alto bruceresti le dimore celesti, in basso la terra: a mezza via puoi andartene senza alcun rischio. Bada poi che sterzando troppo a destra le ruote non ti conducano nelle spire del Serpente o a sinistra nei recessi dell’Altare: tienti fra loro. Per tutto il resto m’affido alla Fortuna, che ti aiuti e pensi a te, spero, meglio di quanto tu sappia fare”.

Ma la fortuna, che quasi mai aiuta gli audaci specie se in realtà di temerari si tratta, decide altrimenti e Fetonte non fa a tempo a salire sul carro che inizia quella che sembra profilarsi come la fine del mondo: ”Ma leggero è il carico, non quello che i cavalli del Sole conoscono, e il giogo manca del piglio solito; così, come la chiglia delle navi senza la giusta zavorra ondeggia e per eccessiva leggerezza sbanda sul mare, il cocchio, privo del peso consueto, sobbalza nell’aria con scossoni immani, quasi fosse vuoto del tutto. Appena se ne accorgono, i quattro destrieri si scatenano, lasciano la pista battuta e più non corrono ordinati. Lui si spaventa e non sa da che parte tirare le briglie in mano, non sa dov’è la strada e, se anche lo sapesse, come imporsi a loro. Per la prima volta allora ai raggi solari arse l’Orsa gelida, che invano, perché interdetto, tentò d’immergersi nel mare; e il Serpente, sospeso in prossimità dei ghiacci polari, che prima intorpidito dal freddo non spaventava alcuno, s’infiammò e a quel fuoco fu preso da una furia mai vista. E anche tu, Boote, raccontano che fuggisti sconvolto, benché fossi lento e impacciato dal tuo carro. Quando poi dalla vetta del cielo l’infelice Fetonte si volse a guardare in basso la terra lontana, così lontana, impallidì, di fulmineo sgomento gli tremarono i ginocchi e pur fra tanta luce un velo di tenebra gli calò sugli occhi. Oramai vorrebbe aver toccato i cavalli di suo padre, ora si pente d’avere appreso i natali e vinto con le suppliche; ora figlio di Mèrope vorrebbe che lo dicessero e intanto è trascinato via, come dalle raffiche di Borea una nave, che il pilota rinunci a governare rimettendosi agli dei. Che fare? Alle spalle s’è lasciato buona parte del cielo, ma più ve n’è davanti. Nella mente misura i due tratti: ora scruta l’occidente che il destino gli vieta di raggiungere, ora si volta a guardare l’oriente. Incapace a decidere, resta di pietra, non lascia le redini e non ha la forza di tirarle, i nomi stessi ignora dei cavalli. In più, dispersi nel cielo screziato, in ogni luogo vede prodigi e, inorridito, fantasmi di animali mostruosi...”.

Come epiloga la leggenda lo sanno tutti, Zeus stesso, che per il non avere saputo dire un “no” del padre Febo al figlio Fetonte deve constatare la quasi fine del mondo, tra apocalissi in atto e altre annunciate, deve intervenire. E lo fa nel più drastico dei modi: con una delle sue saette fulmina (“zotta”) Fetonte e lo fa precipitare morto e incenerito negli abissi. Poi il padre tra le lacrime è costretto a riprendere la guida del cocchio del Sole ripristinando la logica normalità nel suo giro intorno all’universo. Ecco se sostituiamo a Fetonte tutti i “fetenti” che pretendono di guidare il carro del governo italiano, gentilmente lasciato loro condurre dal “padre di sinistra” che non sa dire di no ai propri guaglioncelli, che anzi adesso gli sputano pure addosso, avremo, mutatis mutandis, l’attuale situazione politico economica italiana. A Zeus dovrà sostituirsi Sergio Mattarella o chi per lui. Ma sempre così finirà: un fulmine divino dovrà per forza di cose intervenire per ripristinare la logica cartesiana interrottasi con l’attuale esecutivo.