Peter Pan e la politica che non c’è

Se Atene piange, Sparta non ride. Parafrasando questa frase potremmo dire: se il centrodestra piange, il Partito Democratico non ride. Il centrodestra piange perché è finita questa esperienza a trazione “moderata”, e la Lega intravede un patto con i 5 Stelle di lunga durata. Cosa che le classi dirigenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia non comprendono, nonostante il fuggi fuggi di quadri e dirigenti verso la Lega. Il Pd non ride perché la breve stagione di Matteo Renzi, ricca di antipolitica, ha lasciato rovine fumanti in quella che, se mai lo è stata, era la sinistra italiana nella Seconda Repubblica. Il Movimento 5 Stelle, in buona parte, è il mostro giustizialista e manicheo che una certa sinistra ha creato negli anni Ottanta. Incubatrice è stata la cultura dell’antipolitica che attraverso la questione morale sollevata da Enrico Berlinguer fece nascere la presunta diversità morale dei comunisti. Nonostante qualche residuo nostalgico comunista dichiarato, la cultura politica e giornalistica del nostro Paese è imbrigliata in un’egemonia culturale cattocomunista difficile da identificare, perché formalmente rifiutata, ma nei fatti praticata. È questa caratteristica che fa sì che ogni mutazione degli ex cattocomunisti è destinata, alla lunga, a fallire. Rifiutando il progetto di unità socialista e di adesione al liberalsocialismo, iniziarono un percorso, che ancora non è finito, perché è senza anima politica. Dalla Cosa di Achille Occhetto venne fuori la Quercia, il Pds, poi i Ds. Per mimetizzarsi fecero l’Ulivo e il centrosinistra, con i piccoli partiti satelliti come gli utili idioti di antica memoria dei cosiddetti indipendenti di sinistra. E, poi, ecco il Pd di oggi, arrivato al suo minimo storico.

La stessa iniziativa dell’ex ministro Carlo Calenda, meritoria da un punto di vista del programma, è destinata a fallire perché si muove sempre all’interno dello stesso perimetro politico del Pd. Inoltre ricorda un vecchio vizio dei cattocomunisti di mimetizzarsi perché non più presentabili: lo abbiamo visto a Roma, dove hanno organizzato, senza sigle di partito, la manifestazione contro la sindaca Virginia Raggi, e la nascita di coordinamenti di liste civiche dove sono sempre loro. L’operazione di Calenda è ottima come marketing politico che cerca di vendere un prodotto vecchio spacciandolo per nuovo. Ma i suoi compagni di viaggio sono sempre quegli stessi che hanno contribuito alla destabilizzazione del Paese. Il tentativo di Calenda è quello di voler ricostruire un’area politica che l’elettorato ha già bocciato. Escludere Liberi e Uguali e imbarcare le loro quinte colonne come Nicola Zingaretti rideterminerà quella instabilità politica che già abbiamo conosciuto con l’Ulivo.

Comunque, qualcosa a sinistra si muove per quanto possa essere destinato a fallire. Nel centrodestra invece si assiste a fughe e a posizionamenti per consegnarsi al nuovo vincitore, senza rendersi conto che Matteo Salvini sta percorrendo in modo diverso la stessa strada di Renzi e, probabilmente, seguirà la stessa sorte. Oggi servirebbe discontinuità e riunire tutti i riformisti sotto un’unica bandiera, dando voce a quell’elettorato che non è abituato a strillare ma a studiare e comprendere i problemi per cercare una soluzione.