La politica del gilet

La politica e la sua pratica devono essere giusta interazione tra chi è eletto e il cittadino. Una reciproca ed equilibrata correlazione di “fare e dare” a favore della collettività. Oggi anche l’uso smoderato dei social travisa spesso la realtà che talvolta viene distorta ed alterata e sovente non vi è corrispondenza di autenticità.

Sono differenti i modi di concepire la politica: alla buona pratica di governo, esercitata per passione e a favore della collettività, si contrappone chi ama solo mettersi in evidenza e apprezza le luci della ribalta; a tal proposito sono da distinguere i movimenti popolari che intendono dare voce, con correttezza e nel rispetto dei ruoli, ad idee e proposte, da manifestazioni quantomeno stravaganti.

La politica del gilet, nata in Francia, sta acquistando consensi pure in altre Nazioni; anche nel nostro Paese gruppi parlamentari cercano, sulla scia dell’esperienza dei gilet gialli francesi, di emularla. Ma non è un gilet che crea consensi, non sono pettorine colorate con gli slogan del momento a destare interesse.

In Italia chi intende appoggiare o imitare lascia ben intendere di non avere idee e di non saper cosa proporre. I gilet non sono più novità, chi cerca di prenderli a modello fa solo una pessima figura: chi sceglie opta per l’originale.

Cari “gilet italiani”, smettete di fare spettacolo e pensate a rinnovare. È tutto da azzerare, bisogna ripartire proponendo una politica seria, consci che anche con maglioni, jeans, giacca e cravatta si può lavorare in modo responsabile e coscienzioso e soprattutto si possono esprimere proposte, idee e persino rimostranze e contrarietà risultando credibili. Basta azioni scenografiche ma atti concreti e attuabili per i cittadini.”