L’arroganza non basta più

Negli ultimi giorni, nelle ultime ore, c’è la sensazione che l’arroganza e, di contro, la mancanza di forze politiche antagoniste efficienti e capaci di un’alternativa non bastano più a sostenere la vita e l’inconcludenza del Governo e della maggioranza che lo sostiene.

La grande manifestazione delle imprese a Torino, il coro che si leva da gran parte della stampa, se non sono state comprese appieno dai Di Maio, dai Toninelli e magari, dall’“arrogantissimo” Matteo Salvini, hanno però lasciato anche nella mente di quegli sciagurati il senso che, alla fine, c’è sempre un limite e che questo sembra essere quanto meno assai vicino.

Quella che era un’ipotesi non impossibile, che cioè i grandi interessi, gli industriali, “quelli che contano”, scegliessero la via di un adattamento alle sconsideratezze di Governo e suoi seguaci, magari la speculazione sul supplemento di crisi che essi già hanno cominciato a regalarci, è ipotesi che, fortunatamente, sembra scongiurata.

Che la politica delle chiacchiere e del giuoco pericoloso con l’Europa e non solo con l’Europa stia mostrando tutta la vastità del baratro che essa ci apre, è oramai incontestabile. In fondo il convegno di Torino e le sue conclusioni assai dure per il Governo sono il sostituto di un regime pseudodemocratico senza partiti stabili, espressione di interessi, di culture, di progettualità.

La “deprecata” influenza dei “poteri forti” che un sano regime di partiti democraticamente concorrenti assicura e lascia esprimere nella norma, essendo, in realtà, elemento di forza e di stabilità. Che si debba ricorrere invece ad interventi al limite, all’ultimo minuto ed a prove di forza come quella del convegno di Torino non è il meglio per la vita politico-sociale.

Perché proprio il risultato di prova di forza, la dimostrazione anche agli sciocchi che si è arrivati al limite non è quello che un regime democratico dovrebbe considerare come il meglio affrontare la crisi e farsi carico della sopravvivenza delle Istituzioni.

Ma i fatti sono quelli che sono. Le ultime battute stanno dimostrando che il vuoto di una forza politica di un’opposizione alternativa efficiente ed affidabile è insostituibile. Quella che può aver ottenuto la dura e chiara presa di posizione di Confindustria non potrà essere quello che in questa situazione avrebbe potuto ottenersi se avessero avuto una forza politica espressione degli interessi più gravemente ed immediatamente compromessi da questo sciagurato Governo, organizzata come partito.

Intanto è più che probabile che, anche se gli attuali, cosiddetti governanti saranno costretti a dei passi indietro, il risultato sarà, comunque, quello di un compromesso. Un compromesso che conterrà quanto è necessario per non mandarci subito a catafascio. Il risveglio e la dura presa di posizione di Confindustria ha acceso le speranze e ravvivano gli umori di Forza Italia. Ma sperare che, proprio con la guida di Antonio Tajani, da quella parte arrivi quello che non è arrivato con Silvio Berlusconi sarebbe ingenuità imperdonabile.

Stiamo pagando con ritardo la distruzione dei partiti politici e il parallelo scadimento del Partito Democratico per favorire il quale quella distruzione sembrava essere stata concepita. C’è un tessuto politico della Repubblica da ricostruire. E occorrerà farlo sotto la pressione di incombenti sciagure. E non sembra che siano in molti ad avere idee chiare in proposito.