Salvini non incanta le forze dell’ordine

Non fiori, ma opere di bene. Le forze dell’ordine, almeno buona parte dei loro sindacalisti, dichiarano finita la luna di miele con Matteo Salvini e il Governo giallo-verde. E ora bussano a quattrini.

L’effetto maglietta della polizia e cappellino indossato ai comizi sembra finito. “Senza aumenti non ci lasciamo incantare”, spiega a Radio Radicale Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap (Sindacato italiano appartenenti di polizia) nella trasmissione “Cittadini in divisa“ - in onda ogni lunedì verso le 23 a cura di Luca Marco Comellini. Il quale già dalle prime battute dell’intervista radiofonica andata in onda ieri notte si professa deluso e amareggiato per le misure contenute nella manovra finanziaria. La solfa è sempre la stessa di quelle che hanno contraddistinto le rimostranze delle forze dell’ordine contro tutti i governi che si sono succeduti dall’ultimo Berlusconi in poi: mancato pagamento degli straordinari - e pagamenti irrisori nei casi in cui vengano liquidati (tre euro l’ora, la quota più bassa in Europa e tra i lavoratori statali italiani) - parco macchine da ammodernare, divise pessime e scomode, armi malfunzionanti, addestramento lasciato alla buona volontà del singolo.

In particolare, Tiani lamenta anche l’inconsistenza delle risorse nella tabella otto della legge di bilancio in gestazione, mentre Comellini, l’intervistatore, lo provoca parlando delle promesse di Matteo Salvini come “chiacchiere da bar”. Altre critiche piovono anche sulla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, per la mancata applicazione della recente sentenza della Corte costituzionale che ha aperto alla sindacalizzazione dei carabinieri e delle altre armi del comparto difesa. Finora siamo fermi ai Cocer “che rappresentano solo i generali”, di cui la stessa ministra è accusata di essere ostaggio.

Insomma, una bocciatura su tutto il fronte, politico, economico e sindacale, di questo Governo che della parola “sicurezza” e della locuzione “forze dell’ordine” si riempie la bocca più per propagandare una caricatura del “law and order” di reaganiana memoria che per fatti concreti. Se Matteo Salvini e i Cinque Stelle hanno creduto sinora di avere dietro di loro un consenso granitico nei corpi di polizia e in quelli militari, lusingati a parole ma “ignorati nei fatti concreti”, adesso suona un primo rumorosissimo campanello di allarme. Anche Roberto Maroni al Viminale aveva cominciato coi decreti sicurezza (praticamente spazzati via dalla Corte costituzionale in numerose sentenze) e poi si era ritrovato i poliziotti in piazza contro di lui e contro l’ultimo Governo Berlusconi. Adesso Salvini è indiziato di stare ripetendo gli stessi schemi propagandistici e gli stessi errori pratici. E la storia quando si ripete può assumere i contorni di una farsa.