Beviamoci uno spread

Lo spread è un’arma di distrazione di massa ma noi ancora fingiamo di preoccuparci se questo indicatore farlocco inizia a fare le bizze. È una bufala, un’arma di ricatto senza alcun fondamento logico o scientifico, un ammennicolo oscillante non sulla scorta di dati reali provenienti dai fondamenti macroeconomici di un Paese ma sulla base di capricci uterini di qualche burocrate europeo o di qualche magnate desideroso di fare “magnate” a buon mercato nel Belpaese (shopping di asset economici).

Ragion per cui esso si alza quando lo scolaretto Italia disobbedisce al professor Pierre Moscovici e si abbassa quando il predetto bambinetto esegue pedissequamente i compiti a casa. Nel mezzo non ci sono variazioni reali tali da giustificare queste oscillazioni. Non essendo scontato che i compiti a casa facciano bene all’alunno Italia (di quel tipo di rigore si può anche morire) e non essendo la valutazione dei professoroni europei effettuata su base oggettiva (o fai come dico io o ti faccio ricattare), allora tanto vale fottersene beatamente di lorsignori e andare per la propria strada scegliendo di impostare le politiche economiche più proficue e scommettendo sulla crescita.

D’altronde se è vero che, a valle del golpetto del 2011 durante il quale Berlusconi fu cacciato a colpi di spread, George Soros chiamò Mario Monti per suggerirgli la politica economica del Governo allora si capisce chiaramente chi siano i mandanti, quali siano le armi e come funzioni il giochetto della paura sui mercati (il famoso cigno nero).

E si capisce anche perché la Fondazione Open Society (sempre del medesimo finanziare che l’ha dotata di un patrimonio di 18 miliardi di dollari e di 226 europarlamentari controllati) incida in ambito europeo perorando la causa del disordine sociale per interposti migranti. Detto questo, è chiaro che qualsiasi Governo intenda contrapporsi a questa sorta di bullismo andrebbe sostenuto ed incoraggiato non foss’altro per una reazione istintiva ad una simile serie di irritanti abusi.

È altrettanto chiaro però che una simile battaglia di posizione non sia ad impatto zero perché questi scossoni indotti sui mercati rischiano alla lunga di dissanguarci in termini di interessi sul debito collocato presso gli investitori. Va bene la battaglia purché si comprenda che la guerra è un’altra.

Ma allora cosa fare? Come spieghiamo a “nonna Maria” o a uno grossier come Luigi Di Maio quale sia il modo migliore per procedere? In prima battuta è giusto resistere in modo da far sentire i tacchetti sugli stinchi a chi crede di poter determinare le nostre politiche nazionali con una certa facilità. I cosiddetti speculatori a comando, trovandosi a dover affrontare un assedio lungo e dispendioso, potrebbero scegliere un’altra preda più facile da irretire. È una speranza? Sì ed è anche una reazione dignitosa da preferire agli azzerbinamenti degli anni passati. Si può frignare e accucciarsi o combattere a schiena dritta. Subito dopo però la parola d’ordine deve essere credibilità.

Un Governo autenticamente sovranista dovrebbe capire che la principale arma di ricatto efficace a minare l’indipendenza decisionale di un Paese si chiama debito pubblico e dovrebbe impegnarsi a ridurre drasticamente la propria esposizione sui mercati. Meno debito significa più indipendenza: lo ha capito perfettamente il cancelliere austriaco Sebastian Kurz annunciando che Vienna presenterà alla Commissione europea un piano di azzeramento del deficit che non impedirà di affiancare ai tagli nel bilancio pubblico una riallocazione delle risorse su capitoli qualificanti coma la spesa sociale e gli investimenti che generano valore. Inutile sottolineare che i fondamentali macroeconomici austriaci (soprattutto in tema di deficit e debito) non siano paragonabili a quelli italiani ma la strada giusta è tracciata e chi si definisce sovranista dovrebbe solo seguirla.

In secondo luogo, un governo che volesse essere credibile sui mercati (ma anche agli occhi dei suoi detrattori) dovrebbe porre in essere politiche economiche serie da affiancare al predetto piano di tagli di spesa monstre. Essere credibili significa smetterla con una gestione tutta spaghetti e mandolino, smetterla con i sussidi di cittadinanza, smetterla con i provvedimenti assistenzialisti di nullafacenza, smetterla con le uscite fuori controllo riqualificando la spesa pubblica (ciò che resta dopo una spending review seria e drastica) in modo da privilegiare lo sviluppo e la crescita. Facile? Per niente, ma è l’unica cosa da fare.

Tutto il resto e noia, schermaglia da cortile che sarà pure gustosa se oggetto degli sberleffi sono mezzi figuri come Moscovici o Juncker ma che non porta da nessuna parte. Tutti sappiamo che, dopo le fibrillazioni, l’Italia resterà in piedi e lo spread avrà solo riempito i paginoni dei giornali: Jean-Claude Juncker lo avrà usato per fare propaganda così come anche in Italia più di qualcuno ci avrà puntato per vincerci le imminenti elezioni europee. Questa meschinità varrà pure un successo elettorale ma è troppo poco se paragonata all’interesse generale.