Carlo Di Folco, un italiano come tanti

Il centenario della nascita di Oscar Luigi Scalfaro ha riportato in auge la storia del Sisde e dei famosi cento milioni al mese (confronta il libro di Guido Dell’Aquila “Scalfaro – Democristiano anomalo”) che Vincenzo Parisi prima, per quattro anni, e Riccardo Malpica poi, per tre mesi, consegnavano ogni mese brevi manu a tutti i titolari del Viminale per le spese che non potevano figurare. Tipo stipendi ai pentiti prima che ci fosse la legge relativa per quelli di mafia, soffiate degli informatori e quant’altro.

Carlo Di Folco, nel suo libro “Un italiano come tanti” pubblicato adesso anche in cartaceo (sarà presentato il 17 ottobre in Campidoglio), ci fornisce anche la sua versione sulla mai pienamente approfondita e chiarita “epurazione” all’interno del Sisde nel 1993/94. Di Folco nei primi anni Novanta era un agente operativo del vecchio Sisde. Un investigatore molto esperto, proveniente dai reparti speciali dei carabinieri (“Tuscania”). E prima di essere chiamato al servizio di sicurezza interno era stato selezionato a pieni voti anche per fare parte del Sismi, ossia il controspionaggio militare.

Di Folco, in questo libro, si toglie più di qualche sassolino dalle scarpe descrivendo inquietanti retroscena di quell’operazione di facciata: cioè fornire capri espiatori all’opinione pubblica per quello che sarebbe di lì a poco successo e, nel contempo, creare l’occasione per alcuni figli di papà “precari” nel servizio di subentrare al loro posto. Quando c’erano state nel 1992 le stragi di Capaci (23 maggio) e di via D’Amelio (19 luglio) in cui erano stati massacrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, proprio Angelo Finocchiaro era l’Alto commissario per la lotta alla mafia; eppure fu promosso a capo dell’intelligence civile. Secondo Di Folco la questione con Finocchiaro sarebbe in questi termini: “Dopo un po’ che aveva preso incarico al servizio, fonti più che attendibili riferirono che quest’ultimo avrebbe ordinato ai suoi più stretti collaboratori di stilare una lista di un centinaio di agenti da allontanare “indiscriminatamente” e da poter dare in pasto all’opinione pubblica, al fine di far fronte ad una situazione d’emergenza che da lì a breve si sarebbe potuta determinare”. “Quale situazione?”. Di Folco ricorda così quei frangenti: “...nei primi mesi del 1993 si verificarono gli attentati dinamitardi posti in essere tra Firenze, Milano e Roma, rispettivamente in via dei Georgofili, via Palestro, San Giovanni e al Velabro… fu solo una coincidenza o qualcuno ebbe poteri di chiaroveggenza?”. O forse una soffiata? Ci fu anche il falso attentato organizzato da un dirigente del Sisde sul treno Siracusa-Torino in quegli stessi giorni a creare ulteriore caos. L’avvento al Sisde di Finocchiaro, che di Scalfaro era un uomo di fiducia, Di Folco lo sottolinea fuori dai denti: “...durante il periodo del suo mandato, trovarono la morte i giudici Falcone e Borsellino”.

“Normalmente – argomenta Di Folco – in qualsiasi altro Paese civile, il responsabile di tali insuccessi, perlomeno sarebbe stato relegato nei meandri di qualche ministero, Finocchiaro, invece, incredibilmente, fu nominato, dall’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, direttore del Sisde...”.

Carlo Di Folco, a dispetto del titolo del libro da lui pubblicato prima su Amazon e adesso in cartaceo, non ha avuto la vita di un italiano qualunque: fare l’operativo dell’ex Sisde, diventare esperto di sicurezza, partecipare a missioni militari non è proprio da tutti. Ma su una cosa ha ragione: la sua carriera è stata stroncata come quella di “un italiano come tanti” che funge da capro espiatorio per salvare le terga ai figli di papà e a quelli che nei servizi segreti sono entrati con le raccomandazioni.