Tutti economisti al bar dello sport

In un paio di mesi gli italiani sono diventati tutti grandi economisti. Parlano e sparlano di Prodotto interno lordo, di deficit, di spread e danno lezioni a se stessi e al mondo su cose di cui all’inizio dell’anno non sospettavano neppure l’esistenza.

Non sarebbe un gran male. Il nostro Paese, e non solo il nostro, è pieno di signori panciuti che un pallone non lo hanno mai toccato con un piede neppure per esservi inciampati, che pontificano sulle tattiche calcistiche e sfoderano formule magiche per vincere tutti i campionati nazionali e internazionali. Il guaio è che, mentre nessuno si sogna di affidare le cure della Nazionale di calcio a uno di quelli che profondono il loro sapere calcistico al bar dello sport, la guida del Paese in questa difficile contingenza politico-economica è finita proprio nelle mani di quelli lì. E forse nemmeno dei migliori, dei più saggi e ben informati.

Io sono un autentico somaro in fatto di economia. Ma proprio per questo mi sento in grado di giudicare certi personaggi i cui nomi campeggiano nelle prime pagine dei giornali e che ci ammanniscono i loro giudizi perentori e ottimistici dai teleschermi. Sento che si tratta di gente che non ne sa più di me. Gente che ha inteso parlare non molto tempo fa di Pil e di rapporto Pil-Deficit e, fatto questo grande acquisto, lo sbatte sulle nostre povere teste di ignoranti a ogni piè sospinto.

Ricordo anni fa, quando improvvisamente nella cronaca apparve il fantasma dell’Opa lanciato da non so quale gruppo finanziario straniero su una società italiana, tutti parlavano di Opa, ne vedevano trame e vantaggi, successi e insuccessi. Un mese prima non ne sospettavano neppure l’esistenza. Mi accadde di sentire un tassista romano (un “tassinaro”) che, passando rapidamente a parlare di economia dopo le solite considerazioni sul clima e sul tempo, disse le storiche parole: “Adesso, poi, mentre te ne stai tranquillo, viene fuori una multinazionale e te lancia un’Opa... che ti manda tutto all’aria”.

L’Opa del tassinaro per molto tempo rappresentò per me il classico argomento preferito da chi nulla o quasi ne sa. Non so quali Opa siano andate in porto e quali siano fallite. E se sia colpa di qualche Opa di troppo se siamo ridotti come siamo. Certo è che qualcuno deve aver inventato un qualche marchingegno per mandare ad effetto delle Opa sui cervelli nostri e dei nostri simili.

La democrazia diretta, della quale io non posso dirmi del tutto innocente è fatta così: un intreccio di Opa sul mercato dei tassinari e di tanti altri bravi lavoratori. Ma la benevolenza dei giudizi non regge quando andiamo a vedere chi è che “lanciò” l’Opa. Chi è che vuole convincerci che il pericolo è che un deputato, un senatore rimanga nel suo seggio per molte legislature e che sia indispensabile cacciarlo dal Parlamento quando, se non altro per una certa esperienza, comincia a capire qualcosa di economia che lo ponga al di sopra del tassinaro e di quelli del bar dello sport. E che impiegano più di due legislature ad impararle.

Credo che quanto sta avvenendo nel nostro e non solo nel nostro Paese sia il fenomeno della bancarotta della “democrazia diretta”, della quale in varia misura siamo in molti responsabili. Della democrazia diretta una fase assai importante si può dire consumata: quella della distruzione di una classe politica dirigente del Paese. Guardate bene le foto di ministri, viceministri, vicepresidenti del Consiglio. Vi riuscirà difficile immaginarli attorno ad un tavolo di un Consiglio dei ministri, in un seggio a Montecitorio o a Palazzo Madama. Né per molte legislature né per una sola. Sono tutti strateghi del bar dello sport. E, purtroppo, non si offrono, come commissari tecnici delle Nazionali di calcio. E della Nazione.