Più Stato e meno Stato

Troppo diversi, due progetti antitetici che non si incontreranno mai, a meno di portare il Paese nel tunnel peggiore di sempre, rovinando così quel che resta di rovinare.

Più Stato e meno Stato è proprio la sintesi della incompatibilità tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Si vede bene in questi giorni durante i quali si litiga su tutto, Tav, Tap, Ilva, Alitalia, per non parlare della Legge di bilancio. Del resto il progetto culturale dei Cinque Stelle è solo la copia lucidata del più vecchio statalismo, veterocomunismo, cattocomunismo, che ci ha condotti al disfacimento. Un apparato pubblico da paradosso, che costa una follia e funziona poco o niente, questo è il risultato di decenni di politica assistenzialista e centralista fuori dal tempo e fuori dal mondo.

Inutile girarci intorno, aver statalizzato di tutto e di più è stata una eresia da “reato ideologico”, che ci ha inguaiati e resi schiavi di costi e inefficienze. Uscirne fuori oggi sarebbe ancora possibile, ma solo al prezzo di un progetto Paese alternativo, che andasse dalle privatizzazioni alla vendita dei patrimoni inutili, dal federalismo al decentramento, dalla deregolamentazione alla chiusura di enti impropri e soffocanti.

Insomma, più Stato o meno Stato è il nodo gordiano che divide la logica grillina da quella leghista, se da una parte si cerca di ridurre, dall’altra si procede ad assunzioni pubbliche al ritmo di decine di migliaia. È incredibile ma vero, per i pentastellati nella scuola serve di assumere 60mila docenti, altrimenti non si studia, non si cresce e non si governa l’istruzione. È per questo che da noi la revisione della spesa non funziona, perché ammesso e non concesso, quel che si risparmia da un lato si sperpera dall’altro. La revisione ha senso ed effetto solo se il recupero dei costi favorisce la discesa del debito, oppure si investe in progetti di sviluppo e produzione.

Per farla breve, è stato proprio il fallimento del sistema assistenziale, pubblico, dello Stato ovunque e comunque, degli enti inutili, della montagna di soldi pagati per posti che non servono, per i furbetti, per i nullafacenti e gli scalda poltrone. Qui non si tratta di essere a favore o contro la presenza dello Stato, ma di guardare la realtà e i risultati avuti; ecco perché da noi solo la crescita non basta, ma serve il coraggio di un progetto alternativo che elimini quello che non serve, punto.

Per questo il ministro Giovanni Tria vive nell’ansia. O si va da una parte oppure dall’altra, le strade di Salvini e Di Maio non sono parallele, perché cercare di accostarle è un rischio inutile e pericoloso. Non funziona e si vedrà, prima o poi si divideranno. Buone vacanze e tanti auguri a tutti.