Amministrative: un terremoto anche se non sembra

A scrutini in corso il dato politico che emerge dal voto alle amministrative di domenica è una sostanziale vittoria del centrodestra, un arretramento del centrosinistra e un flop dei Cinque Stelle. Dei 20 capoluoghi di provincia chiamati alle urne, cinque hanno visto trionfare un candidato al primo turno: Treviso, Vicenza, Brescia, Catania, Trapani. Di questi, tre sono andati al centrodestra, uno al Pd e un altro, a Trapani, a una lista civica indipendente nella quale è presente anche il Partito Democratico.

Tutti gli altri capoluoghi andranno al ballottaggio tra due settimane. E sarà per lo più uno scontro tra centrodestra e centrosinistra visto che il Movimento Cinque Stelle è rimasto indietro dappertutto, salvo a Ragusa dove il candidato pentastellato va al barrage del prossimo 24 giugno con il candidato del centrodestra. Ma quello che la fredda contabilità dei numeri non riesce debitamente a rappresentare è l’onda sismica che ha ulteriormente terremotato il centrosinistra. Tutti i sindaci uscenti erano di centrosinistra. Già il fatto che la destra sia riuscita ad aggiudicarsene tre al primo colpo è un risultato straordinario, reso ancor più vistoso dalla possibilità di giocare per la vittoria in tutti gli altri capoluoghi contendibili al ballottaggio. In due Comuni: Imperia e Messina, se i dati definitivi lo confermeranno, sarà una lotta fratricida all’interno stesso del centrodestra.

Ma è il risultato nelle roccaforti “rosse” della Toscana che stupisce. In città come Pisa, Massa e Siena la sinistra ha sempre vinto a mani basse. Vedervi oggi il centrosinistra avanti al centrodestra di solo qualche punto e, a Pisa, restargli dietro seppure di un’incollatura, è roba dell’altro mondo. Chi l’avrebbe immaginato che sarebbe accaduto? I pessimi governi degli ultimi sei anni hanno dato un grosso contributo al crollo del mito progressista incarnato dal Partito Democratico. Ma non basta questo a spiegare un fenomeno che investe quasi tutte le democrazie dell’Occidente avanzato e che si chiama crisi della socialdemocrazia. Tuttavia, la sconfitta storica di una parte non deve spingere i “vincitori” a mettere la polvere sotto il tappetto di casa propria. Il successo del centrodestra non è stato armonico. I dati di lista mostrano con chiarezza il ruolo trainante svolto dalla Lega a compensazione del crollo patito da Forza Italia.

Non soltanto al Nord, dove poteva essere prevedibile ma anche al Centro e in alcune realtà del Sud. Non può non destare preoccupazione il fatto che, domenica, nel Centro-Nord la media di consenso a Forza Italia si sia attestata al 6,43 per cento contro il 15,57 per cento della Lega. Quel 29,14 per cento dato a Salvini dalla Terni “rossa” e operaia ha dell’impressionante. Segno che l’ultimo diaframma, che separava il movimento del perimetro padano dalla dimensione di partito nazionale, è caduto. L’altro elemento di riflessione che le urne di domenica ci consegnano riguarda i Cinque Stelle. Si pensava che l’effetto governo potesse trainare i grillini alla vittoria anche negli scenari locali. Non è stato così. Si conferma l’attitudine dei pentastellati a raccogliere il voto d’opinione nelle elezioni politiche ma non ad essere competitivi nel momento in cui è in gioco l’amministrazione dei territori. Finora si è molto discusso della volatilità dell’elettorato, della sua capacità d’invertire i flussi di consenso nel volgere di settimane. In effetti, sarebbe più appropriato parlare di crisi degli apparati dei partiti tradizionali. Da qualche anno è in atto una scissura orizzontale tra basi e vertici che attraversa la vita di tutti i movimenti, ad eccezione dei Cinque Stelle. Risulta evidente che le articolazioni partitiche locali abbiano rimosso il legame verticalizzato di tipo funzionale che le connetteva agli organi decisori nazionali. Di certo, ideologia e senso d’appartenenza funzionavano da collante tra basi e vertice. Le leggi elettorali degli ultimi anni, che hanno favorito la selezione delle classi dirigenti partitiche all’interno dei processi elettorali mediante il sistema dei listini bloccati, hanno moltiplicato il fenomeno delle candidature “paracadutate” dall’alto ma non sentite proprie dai militanti. Da qui una crescente tiepidezza nella propaganda in occasione delle politiche da parte della base che, invece, si sente pienamente coinvolta quando è in gioco il destino personale dei quadri medio-bassi di partito in campo in prima persona.

Se si osserva l’andamento della curva dei risultati delle elezioni amministrative, regionali e politiche degli ultimi anni si fanno scoperte sconcertanti. La vicenda siciliana è un caso di scuola. In soli sette mesi, tra novembre 2017 e giugno 2018, il centrodestra ha vinto le regionali con una percentuale superiore al 40 per cento, è stato sconfitto alle politiche dal Cinque Stelle che ha fatto cappotto nelle sfide dell’uninominale e oggi è tornato a vincere mentre i pentastellati si sono sgonfiati. Se si rifiuta il ricorso alla psicanalisi l’unica spiegazione sensata a un comportamento tanto ondivago dell’elettorato è la seguente: per il territorio le forze locali si mobilitano, per l’assetto politico del Paese molto meno così da lasciare spazio libero al voto d’opinione. Se ne deduce che i partiti tradizionali in maggiore crisi se vorranno risalire la china dovranno recuperare il feeling con i propri militanti rinunciando una volta per tutte all’idea che la politica sia quella delle segrete stanze, dei salotti televisivi e delle scelte imposte dall’alto. La politica virtuosa, e redditiva dal punto di vista del consenso, è quella che s’innesca dal basso verso l’alto. E non viceversa. La Lega di Salvini lo ha capito per tempo e oggi ne raccoglie i frutti. Gli altri avranno la stessa capacità analitica?