Vitalizi e doppie pensioni, una verità sconveniente

“An Inconvenient Truth”. Una realtà scomoda. Indicibile. Quella sul finto problema dei vitalizi ai parlamentari e sul vero problema delle doppie pensioni. E dei contributi previdenziali che da decenni lo stato non versa nelle casse dell’Inps, e per un lungo periodo dell’Inpdap per i propri dirigenti, a cominciare dai magistrati, nel falso presupposto del “e che pago me stesso?” Salvo poi dover mettere mano a cospicui trasferimenti, roba da 100 miliardi di euro ogni anno, per pagare le pensioni che comunque un bel giorno andranno pagate, che si facciano accantonamenti nel bilancio oppure no.

Bene, questa sciatteria istituzionale, unità alle fake news che oggi ci propinano i grillini, ha creato questa caciara in cui nessuno ci capisce nulla. E di cui tutti parlano a vanvera nei talk-show. E che solo ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha in parte rischiarato – solo in minima parte – ricordando da Lucia Annunziata che il vero problema sono i contributi figurativi che in base a un’interpretazione di comodo dell’articolo 31 dello statuto dei lavoratori l’Inps, l’Inpgi, per decenni la su menzionata Inpdap (poi incorporata con il proprio enorme buco dall’Inps stessa) sono state costrette a versare per garantire non i vitalizi ma le pensioni vere e proprie dei tanti dipendenti pubblici e privati messisi in aspettativa per candidarsi al Parlamento o a Palazzo Madama.

Vale la pena riportare per intero il testo di questo articolo per sottolineare la evidente malafede istituzionale con cui negli anni si è passati al regime delle doppie pensioni: “I lavoratori che siano eletti membri del Parlamento nazionale o del Parlamento europeo o di assemblee regionali ovvero siano chiamati ad altre funzioni pubbliche elettive possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato. La medesima disposizione si applica ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali. I periodi di aspettativa di cui ai precedenti commi sono considerati utili, a richiesta dell'interessato, ai fini del riconoscimento del diritto e della determinazione della misura della pensione a carico della assicurazione generale obbligatoria di cui al regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, e successive modifiche ed integrazioni, nonché a carico di enti, fondi, casse e gestioni per forme obbligatorie di previdenza sostitutive della assicurazione predetta, o che ne comportino comunque l'esonero. Durante i periodi di aspettativa l'interessato, in caso di malattia, conserva il diritto alle prestazioni a carico dei competenti enti preposti alla erogazione delle prestazioni medesime. Le disposizioni di cui al terzo e al quarto comma non si applicano qualora a favore dei lavoratori siano previste forme previdenziali per il trattamento di pensione e per malattia, in relazione all'attività espletata durante il periodo di aspettativa”.

Come è agevole capire, proprio l’ultimo capoverso spiega quale fosse la ratio originaria e sacrosanta del vitalizio: chi non aveva ancora una situazione previdenziale avviata poteva supplire a ciò con il vitalizio maturato, da considerarsi una pensione e non un “di più”. Invece l’interpretazione di comodo data - e questa è veramente l’essenza della parola “casta” di cui tutti oggi si riempiono la bocca - fu che il vitalizio era una cosa e la pensione un’altra. Così gli enti previdenziali nei decenni, dal 1970 a oggi, sono stati costretti ad accettare di prendere contributi figurativi per ogni parlamentare (e la cosa ha riguardato drammaticamente l’Inpgi) eletto. E a versargli, al momento del compimento dell’anno di età previsto, una pensione vera – che andava a raddoppiare il vitalizio erogato dalla Camera o dal Senato – con una perdita secca di quasi 5 miliardi di euro.

Se i parlamentari “dipendenti” della Casaleggio Associati avessero voluto fare una battaglia di verità sugli sprechi della casta, da qui avrebbero dovuto iniziare, ponendo anche il problema del mancato versamento da parte dello Stato dei contributi per i propri dipendenti nelle casse dell’Inps e dell’Inpdap, per quanto riguardava fino al 2012 i propri dirigenti a cominciare dai magistrati. Ma i Cinque Stelle un po’ “ce fanno” e un po’ “ce sono”, e questo è il risultato, si vincono le elezioni su promessi risparmi di una settantina di milioni di euro e si tralascia una battaglia che ne farebbe risparmiare a miliardi. Con in più la possibilità di ricorrere alla Consulta anche sui diritti “acquisiti” – con truffa però – da chi oggi percepisce questa doppia pensione. Infatti potrebbe venire dichiarata incostituzionale l’interpretazione di comodo di questo articolo 31 dello statuto dei lavoratori.

Se solo qualche magistrato sollevasse la questione. Dovrebbe farlo però senza riflettere di stare segando l’albero su cui tanti colleghi si sono nel frattempo comodamente seduti. E infatti dal 1970 a oggi una simile questione di incostituzionalità non l’ha mai sollevata nessuno.