L’accanimento anti-terapeutico contro Marcello Dell’Utri

“Siccome gli funzionano le gambe, può scappare”.

Nelle varie sentenze di rigetto alle istanze che nel tempo hanno chiesto il differimento pena per motivi di salute nei confronti dell’ex senatore e cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri – che sta scontando in carcere una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa a sette anni (gliene resta uno e mezzo) – si è letto anche il concetto suddetto. Un uomo cardiopatico, con carcinoma alla prostata e svariate altre patologie legate alla più che veneranda età, deve sentirsi trattare con quel tipico disprezzo dello Stato di diritto che contraddistingue l’Italia odierna a trazione grillino-leghista. Il tutto dovendo scontare un residuo pena inferiore ai due anni. Una sorta di accanimento anti-terapeutico; anzi un vero e proprio diniego della libertà e del diritto di curarsi, che nasconde la vera intenzione degli spietati moralizzatori a un tanto al chilo d’Italia: nuocergli fino alla morte. È lo Stato di di diritto che funziona alla rovescia. Quello auspicato dai politici che si riempiono la bocca di frasi orrende come “buttare via la chiave”. O da slogan stupidi come “la certezza della pena”, quando in Italia la vera certezza mancante è proprio quella dello Stato di diritto. Tanto che proprio l’8 marzo la Cassazione ha negato a Dell’Utri quello che non ha potuto negare a Bruno Contrada: l’annullamento della sentenza definitiva per concorso esterno in mafia dopo che la Cedu aveva stabilito il principio che non si poteva essere condannati per un reato che non esisteva al momento della presunta commissione dello stesso.

È la concezione in realtà vendicativa – e in senso politico – della giustizia. Quella che perseguita i vinti. E che fra poco prevederà la riduzione in schiavitù per chi perde le elezioni, condannato accessoriamente a togliere le castagne dal fuoco ai vincitori alle prese con i propri problemi. Il martirio di Dell’Utri nasce da lontano, dalla stessa genesi di Forza Italia si è aperta la caccia contro di lui, visto che Silvio Berlusconi sembrava invincibile come un supereroe. Anche se poi l’età e una legge pazzesca come la Severino quanto meno sono servite a metterlo fuori gioco. Visto che in galera non c’era verso di farcelo marcire come invece si sta facendo con il povero Marcello.

Per i moderati del centrodestra – ma anche del centrosinistra – la vicenda giudiziaria e adesso sanitaria di Dell’Utri devono servire da monito: a forza di gridare “in galera” e “buttiamo la chiave”, finisce che le prime vittime di questa follia diventano proprio, per la solita legge dell’eterogenesi dei fini, i moderati stessi, gli uomini di cultura e le persone ragionevoli. Mentre il peggio del peggio viene promosso nelle prime file della politica, ottenendo anche il consenso elettorale di un popolo ormai impazzito dietro ai talk-show de La7. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Adesso chiedono ai perseguitati e ai linciati pubblicamente su giornali e tv, che possono fare la propria fortuna grazie al collateralismo con le procure, di essere “responsabili” e di fornire sangue e oro per la patria. Mentre si fanno languire in carcere i galantuomini malati e innocenti come Marcello Dell’Utri.

Proprio un Bel Paese l’Italia. “Quello che amo”, come avrebbe detto il Cavaliere dei bei tempi.