Legge elettorale: la fiera degli imbrogli

Tutti i Paesi democratici hanno leggi elettorali che durano da decenni, come accadeva anche in Italia prima dell’ubriacatura politico-giudiziaria chiamata “Mani Pulite”. Non è un caso che l’operazione parta in grande stile dopo l’approvazione della nuova legge elettorale maggioritaria chiamata Mattarellun. In questi venticinque anni abbiamo assistito a cambiamenti di legge elettorali almeno tre volte, più una legge elettorale votata prima di approvare una riforma costituzionale, che il popolo ha respinto. L’ultima legge elettorale è stata bocciata dalla Corte costituzionale. Ci hanno raccontato che la stabilità dei governi dipenda dalla legge elettorale, ma in questi anni di maggioritario si è dimostrato il contrario. Anzi, si è sovvertita, nei fatti, la regola che governa la maggioranza. Perché per vincere, i due schieramenti si devono alleare con tutti, al di là delle compatibilità politiche per cui i grandi partiti diventano ostaggi delle minoranze sia nelle politiche che nella rappresentanza.

Per cui, con il maggioritario all’italiana, si formano alleanze “Brancaleone” per poter vincere, ma dopo, la coalizione vincente, non riesce a governare. Con una certa coerenza del maggioritario il centrodestra organizza il Pdl (partito in cui confluiscono le varie formazioni del centrodestra), la Lega Nord rimane fuori per non perdere la propria particolarità e il Pd si candida come partito a vocazione maggioritaria, dando ospitalità, nelle proprie liste, ad esponenti di altri partiti di sinistra. Ma anche questa esperienza ha dato esiti negativi. Il maggioritario ha prodotto la nascita di partiti cespuglio a gestione personale, dopo le elezioni, oltre alle innumerevoli scissioni di piccoli gruppi, abbiamo assistito ad un nomadismo parlamentare che ha trasformato il gruppo misto in uno dei gruppi più grandi, al cui interno, militano eletti di centrodestra e centrosinistra.

In questi anni si è pensato di risolvere il problema con meccanismi istituzionali che in qualche modo imbrigliano gli eletti e con meccanismi elettorali che tendono ad espropriare il popolo che sceglie i propri rappresentanti, con la scusa della governabilità. Negli attuali partiti, che quasi sempre sono contenitori vuoti o comitati elettorali,  non si  accetta il dissenso, non esistono minoranze, se non sei d’accordo o   viene cacciato o vai via e metti in piedi l’ennesimo partito personale. Di fatto, abbiamo partiti che vogliono i voti dei cittadini e nello stesso tempo pensano che i cittadini non siano in grado di scegliere chi dovrebbe rappresentarci. Con la affermazione delle M5S, dal bipolarismo all’italiana siamo passati al tripolarismo. Il che ha reso il sistema ingovernabile. Da qui la necessità di un ritorno al proporzionale. Ma questo allarma i cespugli e le forze antisistema presenti in ambedue gli schieramenti, perché perderebbero il loro potere di interdizione. Molti quotidiani consigliano ai politici ed indirettamente a noi, che parlare di sistema elettorale non interessi i cittadini, i quali sono interessati, in parte giustamente, alle tematiche  del lavoro, delle pensioni, delle tasse. Come dire: è un problema che riguarda gli esperti, i tecnici, i politici ma non il popolo che dovrà votare. La democrazia e il modo in cui si esplica non dovrebbe interessarci. Il ritorno al proporzionale è la strada maestra per un ritorno alla politica partecipata, perché si vota per l’idea di un programma e non contro qualcuno, si valorizzano le identità a cui poi i partiti e i loro esponenti devono garantire coerenza, altrimenti perdono il consenso. Le soluzioni sono varie: i partiti tornano ad essere democratici e dunque si seleziona la classe dirigente mediante congressi veri. E nei congressi si scelgono i candidati dei collegi. Si può ottenere un primo turno proporzionale ed un secondo turno in cui i due partiti maggiori vanno al ballottaggio. In questo caso, sarà costituzionale un premio di maggioranza anche del 40 per cento. Il sistema proporzionale è inclusivo. Il maggioritario all’italiana è il potere alle minoranze, che nel proporzionale sono invece tutelate. Altro aspetto che può sembrare impopolare è che la democrazia costa e la dittatura molto di più. Per cui, per giungere ad una rinascita democratica dei partiti, è necessario il finanziamento pubblico e privato, alla luce del sole. Chi ruba paga. Senza se e senza ma. È questa l’unica strada per scongiurare che la nostra democrazia finisca nelle mani dei poteri finanziari nazionali e internazionali.