Nuove misure di prevenzione: tutto il resto è mafia

Che la Ryanair abbia comunicato la soppressione di un gran numero di rotte dall’Italia è una pessima notizia. Proprio adesso che stavamo pensando di fare le valigie e andarcene da questo Paese dove l’aria è diventata irrespirabile. E non a causa dell’inquinamento o del vero o fasullo riscaldamento del pianeta, ma per le leggi liberticide che un Parlamento tenuto in piedi da una maggioranza raccogliticcia di ribaltonisti e voltagabbana approva nel silenzio complice dei media di regime. Ieri l’altro la Camera dei deputati ha dato il via libera definitivo alla modifica del codice delle leggi antimafia.

Non pensavamo fosse possibile realizzare un provvedimento tanto assurdo e ingiusto. Eppure ci sono riusciti. Non staremo a tediarvi sulla pioggia di “è sostituito” di cui pullula il testo di legge, ma del suo spirito da Tribunale dell’Inquisizione è necessario darvi conto perché sappiate con quale razza di giustizialisti abbiamo a che fare. Lo scandalo più grande sta nell’aver equiparato, ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione disciplinate dal Decreto legislativo del 6 settembre 2011, n. 159, ai comportamenti delittuosi di stampo mafioso una molteplicità di reati comuni, ancorché gravi dal punto di vista della lesione dell’interesse generale. Sono tutti lì raggruppati in tre righe e richiamati per numeri. Quasi che fosse un’innocua sequela di grani del rosario: “dopo la lettera i) sono aggiunte le seguenti: i-bis) ai soggetti indiziati del delitto di cui all'articolo 640-bis o del delitto di cui all'articolo 416 del codice penale, finalizzato alla commissione di taluno dei delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 316, 316-bis, 316-ter, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater, 320, 321, 322 e 322-bis del medesimo codice”.

È quell’“i-bis)” che è un gancio diretto al volto dello Stato di diritto. Articoli che contengono una sostanza. Parliamo di reati come il peculato, la malversazione, l’indebita percezione di erogazioni pubbliche, la concussione, la corruzione, la truffa ai danni dello Stato. Reati gravi d’accordo e, se si vuole, anche odiosi quando commessi in particolari circostanze. Ma equipararli alla mafia è una stortura da Stato etico. Perché si consente all’autorità giudiziaria di agire non solo contro il condannato con sentenza definitiva ma anche contro il semplice indiziato di uno di questi reati. Non siamo operatori del diritto per cui potremmo aver commesso un errore d’interpretazione ma per quel poco che ci è dato di sapere dalla conoscenza della lingua italiana e dal buon senso abbiamo capito che se un disgraziato d’imprenditore è sospettato di aver commesso un illecito, anche di poche centinaia di euro, può vedersi confiscare l’azienda, i beni di famiglia e tutto ciò che possiede ancor prima che una sentenza di un tribunale lo riconosca colpevole.

Vi sembra una cosa giusta? E il criterio di proporzionalità tra il reato e la sanzione dov’è finito? Qualcuno dalle parti della maggioranza dice che bisogna affidarsi alla bontà dei procuratori e dei giudici. E vi sembra questo un criterio di giustizia? Siamo alle prese con l’indomito vetero-giustizialismo della sinistra che perde il pelo ma non il vizio. Si santificano i magistrati come se non fossero persone in carne ed ossa, capaci di fare il bene ma anche di commettere errori mostruosi. E visto che si gioca con la vita delle persone, che dovrebbero essere considerate innocenti fino a sentenza contraria passata in giudicato, bisogna urlare che una tale svolta autoritaria è da Stato fascista.

Altro che Casapound e Forza Nuova, se fossimo gente seria dovremmo denunciare questa maggioranza parlamentare per attentato alla Costituzione e sovversione dei fondamenti dello Stato di diritto. Le misure di prevenzione sono ammissibili quando sono eccezionali e per casi di assoluta gravità sociale, ma si trasformano in strumento d’oppressione quando divengono mezzo ordinario di coercizione della vita della persone. Non è pensabile che per fare un regalo a qualche redazione di giornale megafono del giustizialismo militante, a qualche bolsa presidente di commissione giunta a fine carriera e a qualche corrente della magistratura che non ha mai smesso dai tempi di “Mani Pulite” di coltivare la perversa ambizione a sentirsi custode di un’astratta morale repubblicana, si faccia del Paese una prigione a cielo aperto, popolata di presunti colpevoli. E poi la chiamano libertà.